«DAY OF THE DEAD - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - DAY OF THE DEAD - la recensione

Recensione del 17 mag 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I Grateful Dead sono stati indie prima di voi e di chiunque altro. La loro carriera è un monumento alla libertà, alla sperimentazione, sia nella musica che nel modo di gestirla: dal fondare una propria etichetta già negli anni ’70, al mettere in piedi concerti unici, al trattare i propri fan come pari, come amici e comunità, all'incentivare la diffusione e la monetizzazione di musica fuori dai canali tradizionali.
Eppure, nell’immaginario di molti, rimangono i fricchettoni californiani che facevano lunghe improvvisazioni. Chi ha continuato ad ascoltarli dopo la morte di Garcia viene spesso visto come fuori moda e fuori tempo massimo: in certi ambiti, erano (sono) un guilty pleasure. Non solo da noi, dove non hanno mai attecchito, ma anche in America: da un lato le legioni di deadhead, dall’altro il resto degli ascoltatori. Chi vuol essere cool, indie, o hipster non può ascoltare i Dead…

Scommettiamo che questo mastodontico tributo, curato dai National, cambierà le cose e sdoganerà finalmente i Dead? La comunità indie esce allo scoperto: si scopre che tutti ascoltano e amano la band, anche se fino a poco tempo quasi nessuno osava dirlo. Basta vedere i nomi di “Day of the dead”, la line-up di un ideale “Indiechella”. E la scaletta: 59 brani, 57 canzoni (“I know you rider” e “Dark star” sono ripetute due volte), 5 ore e mezza di musica che pescano nello sconfinato repertorio del gruppo.
“Day of the dead” dimostra almeno tre cose.

1)Le canzoni. Altro che quelle noiosissime (per alcuni) jam. I Dead scrivevano (o riarrangiavano) brani fenomenali. In questo tributo, funzionano quando reinterpretate in maniera letterale, come “Touch of grey” (l’unica hit della band, riletta bene dai War on Drugs) o “Box rain” (leggermente neilyounghizzata da Kurt Vile e J.Mascis).
Funzionano qualche variazione: per fare un esempio “Morning dew”, che non era loro, ma nella versione dei Dead divenne ancora di più uno standard, e che i National rendono più rock e intensa.
Canzoni che funzionano anche stravolte, come nelle diverse versioni “etniche” presenti in scaletta (la sequenza Tal National: "Eyes of the World”, Bela Fleck: "Help on the Way” la "Franklin's Tower” dell0Orchestra Baobab.

2)L’influenza dei Dead su diverse generazioni di musicisti:. In scaletta, c’è qualche nome “adulto”: Wilco, Lucinda Williams, J.Mascis, Lee Ranaldo dei Sonic Youth. Qualche nome del giro dei Dead (Bruce Hornby - che fu il tastierista della band negli anni ’90; Joe Russo, i cui Almost Dead sono una tribute band stimatissima). Qualche affine per vocazione (Jim James dei My Morning Jacket, a loro modo una jam band, o Flaming Lips), E una valanga di nomi della generazione indie degli anni zero e anni 10, dai War On Drugs a Bonnie Prince Billy ai Real Estate ao National, che ovviamente fanno la parte del leone, con 5 Brani.



3)Lo spirito dei Grateful Dead è unico, e non ci sarà mai più un’altra band come loro. Hanno creato un genere, che molte band stanno portando avanti: le jam-band, dai Phish, ai Gov’t Mule in giù - tutte volutamente assenti, qua.
Ma lo spirito dei Dead è come la forza di Guerre Stellari: è inafferrabile, è davvero a disposizione di pochi jedi/musicisti. Ma permea come tutta il mondo in cui si muovono certi personaggi, in questo caso quelli della musica, che ci credano, che lo riconoscano o meno.

In questo periodo di sovraccarico di musica e di tante uscite, “Day of the dead” è un disco a cui ritorno in continuazione. E non soltanto perché sono un “deadhead” mancato (li ho scoperti relativamente tardi, ma mi sono innamorato delle loro jam: quando voglio rilassarmi, mi ascolto un po' della loro musica). Ma proprio perché è ottima musica, a prescindere dal fatto che conosciate o meno il loro repertorio: sono grandi canzoni, in grandi versioni.
Personalmente mi spiace per quella “St. Stephen” dei Wilco con Bob Weir (il chitarrista originale del gruppo, che compare anche alla fine in "I know you rider"), registrata malino dal vivo e scelta chissà perché al posto di una stellare “Dark star” suonata dalla band con Nels Cline a far rivivere Jerry Garcia. Ma finisce lì, perché avendo ascoltato in shuffle più volte questo tributo, raramente mi sono trovato a fare uno “skip”.

“Day of the dead”, non è solo un tributo ad una delle più grandi band americane di sempre. Alla fine, è una sorta di stupenda playlist di grandi canzoni, da suonare in random e da ascoltare senza pregiudizi, lasciandosi stupire ogni volta.
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