«YOU CAN'T GO BACK IF THERE'S NOTHING TO GO BACK TO - Richmond Fontaine» la recensione di Rockol

Richmond Fontaine - YOU CAN'T GO BACK IF THERE'S NOTHING TO GO BACK TO - la recensione

Recensione del 21 mar 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




Una carriera nella “Darkness on the edge of town”: pochi artisti americani come Willy Vlautin hanno saputo raccontare quell’oscurità che pervade la normalità di persone che vivono ai margini della società. E il percorso stesso dei suoi Richmond Fontaine si è svolto ai margini della metropoli del rock. Sempre ai margini si conclude con questo disco, dichiaratamente ultimo della loro carriera.

Vlautin ha ormai altre due carriere: una avviata e affermata da tempo come scrittore di romanzi - una dote, quella di narratore e letteraria, che si è sempre ritrovata nelle sue canzoni. E una seconda band, i Delines, in cui scrive ma cede la voce ad Amy Boon. La parabola del suo gruppo principale giunge al capolinea, con questo stupendo album, e con un ultimo tour.
E’ un peccato, appunto: i Richmond Fontaine rappresentano ciò che di meglio c’è nel rock “classico” ma indipendente. Un'accoppiata non sempre facile, un ossimoro, perché spesso gli indipendenti cercano suoni più alla moda, e i classicisti cercano palcoscenici più grandi. Invece non troverete suoni roboanti, ma ballate delicate e sofferte, che tradiscono origini legate al country ("alt.country", lo si chiamava una volta), con testi narrativi che sono piccoli romanzi in sé.
Vlautin ha una tripla, enorme capacità.
Quella di scrittura narrativa, appunto: basta una frase, e ti apre un mondo “Ain’t no use, some guys just ain’t meant to be. I was living in Montana once, I was married…”, comincia in “Wake up ray”, uno dei brani più uptempo dell’album, quasi springsteeniana nel tema centrale: “Svegliati Ray, andiamocene di qua, questa città non ha nulla, è chiaro”. Ma il protagonista non è un ventenne ribelle, ma un uomo più adulto e provato dalla vita, che prova a scappare per ricostruire tutto.
C’è poi la capacità di costruire canzoni minimali - tutt’altro che springsteeniane - con una chitarra, una slide o un’elettrica, e belle e toccanti nel loro minimalisti disarmo.
E infine c’è quella voce, che dà corpo a queste storie, interpretandole in maniera credibile: sembra di sentire i personaggi, più che un cantante che canta le loro storie. Sembra banale, ma non lo è: e sentite questo album, capirete.

“You can’t go back if there’s nothing to go back to” è uno splendido riassunto di ciò che sono e sono stati i Richmond Fontaine: a partire da quel cavallo abbandonato nel deserto in copertina, e dal titolo che è già una storia, come già in “We used to think the freeway sounded like a river”, il loro capolavoro. C'è il suono rock del nord-ovest - arrivano da Portland, che negli ultimi anni è diventata uno dei luoghi più vivi per la musica americana - ci sono ballate acustiche, suoni notturni come “City at night” (che ricorda un po’ quello che Vlautin fa nei Delines).

I Richmond Fontaine sono vissuti ai margini del rock americano, dicevamo: un segreto per pochi. "You can't go back" non cambierà la situazione, ma è la degna conclusione di una stupenda parabola e, per chi ama il rock americano e non li ha mai ascoltati, il sicuro inizio di un amore che darà grandi soddisfazioni.
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