«PAINKILLERS - Brian Fallon» la recensione di Rockol

Brian Fallon - PAINKILLERS - la recensione

Recensione del 14 mar 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




Strana parabola quella dei Gaslight Anthem: qualche anno fa sembravano molto più della “next big thing”: “The ’59 sound” univa il rock neo classico al punk, e riuscì a sdoganare in certi ambienti “indie” (brutta parole, ma avete capito) suoni ritenuti vecchi - o “per vecchi”: il “dad rock”, come viene chiamato in America. Non è stato tanto il passaggio ad una major a frenare il gruppo, ma una stasi creativa degli ultimi 2 album, “Handwitten” e soprattutto “Get hurt”, che ripetevano senza grandi progressioni, anzi con un po’ di stanca, le narrazioni springsteeniane della band. Inevitabile quindi la “pausa a tempo indeterminato”, che sa di scioglimento, e il debutto solista di Brian Fallon, con questo “Painkillers”.

Non fatevi ingannare dalla prima, iper-springsteeniana, canzone, “Wonderful life”. “Painkillers” non è un disco dei Gaslight Anthem sotto mentite spoglie. Se ha un difetto, è che suona esattamente come ci si aspetta da un leader di una band che diventa solista: più minimale. Ma è anche un pregio, perché è decisamente più a fuoco delle ultime cose della band.
Intendiamoci: da solo o in gruppo, l’immaginario di Fallon rimane quello, un po’ romantico, molto nostalgico e citazionista (per esempio, in “Among other foolish things” cita il ritornello di “All you need is love” dei Beatles, subito dopo avere detto alla sua amata che “mi ricordi Marianne Faithfull”).
Anche i “Painkillers”, gli antidolorifici del titolo ne fanno parte di questo stesso mondo: di cantanti che ne sono diventati dipendenti, nella vita reale ne abbiamo visti tanti. Ma nella vita immaginata, l’idea è che il “Painkiller” più forte sia proprio la musica, ed è questo che sta cercando di fare Fallon, ritrovare “All I wanted was a little relief”.
Ci riesce? Sì: “Painkillers” è la raccolta migliore di canzoni da “American slang” e dal side-project Horrible Crowes. Suoni più diretti, molte chitarre acustiche (“Smoke”, “Steve McQueen”, “Open all night”), qualche accenno di folk (“Nobody wins”), incursioni in generi nuovi, almeno per lui (il reggae di “Mojo hand”) e l'inevitabile rock ("Rosemary").
Nulla di nuovo, ma qualcosa di rassicurante, fatto bene: una voce espressiva, canzoni che nel loro genere funzionano, buoni arrangiamenti. Classic rock, niente di più, niente di meno.
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