«NIGHT THOUGHTS - Suede» la recensione di Rockol

Suede - NIGHT THOUGHTS - la recensione

Recensione del 26 gen 2016 a cura di Andrea Valentini

Voto 8/10

La recensione

Secondo disco del ritorno per gli Suede, che si erano riaffacciati sulle scene con “Bloodsports”, dopo un decennio secco di assenza. E crudele coincidenza vuole che “Night thoughts” giunga proprio nel bel mezzo del fallout causato dall’esplosione di una vera e propria bomba atomica come la morte di David Bowie – uno dei loro ispiratori principali fin dagli esordi, soprattutto nella sua veste musicale più glam e rock .




Benché in modo puramente casuale, “Night thoughts” e “Blackstar” divengono così due entità in qualche modo connesse o comunque relazionabili molto da vicino: quello di Bowie è un disco di commiato – consapevole e geniale – dalla musica, dall’entertainment, dalla vita; quello degli Suede è invece un lavoro che della poetica bowieana assorbe, distilla e rielabora alcuni dei temi più pregnanti (l’amore, la morte, l’idea di diversità e di vita da outsider, la teatralità, ma anche il gusto per il concept album), arrivando a suonare – almeno a tratti – come una celebrazione e un omaggio al Duca Bianco.

Al netto delle coincidenze più o meno fortunate, “Night thoughts” è un disco che – come il precedente – rivanga i fasti dello Suede-sound pre-1994 (anno in cui, con l’abbandono del chitarrista Bernard Butler, si registrò una virata decisa verso atmosfere, sonorità e tematiche più pop rispetto ai primi due lavori). Quindi torna il melodramma e Brett Anderson ci racconta storie di amanti inconsolabili, relazioni infette come lazzaretti, morte e sesso, violenza e vita, tristezza disperata, dubbi amletici che rendono insonni le notti... un campionario capace di sfinire a livello emotivo, ma presentato con il supporto di una colonna sonora affascinante e avvolgente – oltre che con un intero film di accompagnamento, di cui l’album è anche il commento audio.
“Night thoughts” ha ambizioni che rimandano alla grande epoca dei concept album e delle rock opera, quindi, ma senza ridondanza ed esagerazioni barocche: il film collegato, per esempio, non è imprescindibile per gustare l’album. È più una special feature, un bonus, che non un parte fondamentale per la riuscita del progetto, che ha vita sonora a se stante – non a caso la musica è nata prima della parte visuale, anche se è frutto di un approccio legato a quello tipico delle colonne sonore, in cui un tema viene ripreso e recuperato in più momenti, con arrangiamenti diversi. I brani, poi, non sviluppano una linea narrativa, ma sono legati da un’ispirazione e da un mood comuni.

“When you are young” – in apertura – offre un’immediata fotografia di quanto è lecito aspettarsi dal disco: il brano è un’ode all’alienazione, alla disperazione e alla nostalgia con tanto di sezione di archi, in cui Anderson ci regala un bel pathos, supportato da una base musicale in salsa rock, post punk e Brit-pop capace di far montare tensione e attesa. E da qui in poi i brani cadono letteralmente uno nell’altro – essendo per scelta messi in sequenza senza il tradizionale vuoto fra uno e l’altro – a creare un ascolto fluido, senza interruzioni e attimi di tregua. Fra gli episodi migliori “Outsiders”, ma anche il rock arioso e melanconico in puro stile Suede di “No tomorrow” e “What I’m trying to tell you”.
Un bel ritorno, che conferma lo stato di salute della band, capace di afflati creativi nuovi e convincenti, senza cadere nel trappolone del juke-box di se stessi.
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