«GREY TICKLES, BLACK PRESSURE - John Grant» la recensione di Rockol

John Grant - GREY TICKLES, BLACK PRESSURE - la recensione

Recensione del 20 ott 2015 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

In medio stat virtus.
La virtù sta nel mezzo. Ovvero, il terzo album solista di John Grant musicalmente percorre una via mediana tra le canzoni di moderno folk che costituivano il nocciolo del suo folgorante e celebrato esordio del 2010 ”Queen of Denmark” e le aperture elettroniche che caratterizzavano il secondo, disperato e decadente, lavoro, del 2013, ”Pale green ghosts”.

Ed anche il mood che lo pervade è una via di mezzo tra il sole di Dallas dove il disco è stato registrato e la più fredda Islanda dove ormai da qualche anno Grant risiede. E ancora, tra i temi decisamente poco divertenti che si rifanno al titolo, “grey tickles” (la traduzione islandese di ‘crisi di mezza età’) e “black pressure” (‘incubo’ in turco) e le sonorità spesso leggere.

Il musicista originario del Colorado è da considerarsi a tutti gli effetti e a buona ragione come uno degli scrittori di canzoni più ispirati di questo ultimo lustro e questo nuovo“Grey tickles, black pressure”, esercizio riuscitissimo di moderno synth-pop, ne è la piena conferma. Un disco nel quale su tutto regna sovrana la grande capacità vocale di Grant che gestisce e mantiene a suo – e nostro - piacere qualsiasi cambio di registro musicale, sposandosi al meglio con archi, pianoforte e synth.

Quella casa popolata dai molti e maligni fantasmi che è la mente di John sembra sia stata finalmente disinfestata. I testi dell’album si giovano sempre dell’ironia e del disincanto che sono un suo riconosciuto marchio di fabbrica oltre che punto di forza, ma tutto, nella sua terza prova discografica, risulta essere meno cupo e pesante. Sì, insomma, che non ci si aspetti una festa di nozze, ma forse il peggio è alle spalle. Come se, infine, si sia accettato l’assunto che tutti siamo casi disperati e, al fondo della disperazione, con grande sforzo e rispetto e misura si sia preferito risalire, lentamente e per gradi, piuttosto che grattare con le unghie quel fondo. In tal senso un indizio lo si può intuire dando uno sguardo all’immagine di copertina, dove è in mostra un sorriso, sicuramente sinistro e inquietante, ma sempre sorriso.

Alla voce crediti si segnala: la produzione dell’album curata da John Congleton, 38enne texano che si fa prima a dire con chi non ha lavorato che il contrario (per fare qualche nome: David Byrne, Roots, Antony and the Johnsons, Erykah Badu); la cantante degli Everything But the Girl Tracey Thorn con la quale duetta in “Disappointing” canzone che non sfigurerebbe nella discografia di David Bowie (così come “Snug slacks”); il batterista di Siouxsie and the Banshees Budgie (che lo seguirà anche in tour) e Amanda Palmer. L’album si apre e si chiude – “Intro”/”Outro” – con una lettura tratta dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, perché questo disco parla di amore, a dare un senso di circolarità al tutto e che conferma veramente John Grant tra i più profondi cantori del nostro presente. Non manca, come da tradizione, l’omaggio cinematografico, dopo “Ernest Borgnine” e “Sigourney Weaver”, “Geraldine” dedicata al premio Oscar Geraldine Page.

L’ultima riga la spendiamo volentieri per suggerire a quanti ne siano possibilitati di non mancare l’unico concerto italiano in cui verrà presentato “Grey tickles, black pressure”, il 22 novembre al Fabrique di Milano.
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