«REVOLVE - John Newman» la recensione di Rockol

John Newman - REVOLVE - la recensione

Recensione del 19 ott 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Con le dovute proporzioni, I Beatles stanno ai Rolling Stones come John Newman sta a Sam Smith: il primo, due anni fa, faceva il suo debutto ufficiale consegnando al mercato una hit, "Love me again", e un disco dall'impronta soul ispirato ai maestri del genere; il secondo, un anno dopo, pubblicava un disco pop-soul che, divenuto un best seller nel Regno Unito e negli States, frenava involontariamente la scalata al successo del collega. Newman sembra non averla presa troppo bene: "Spesso le persone mi scambiano per Sam Smith", ha detto in una recente intervista radiofonica, "e a dire il vero non è una cosa particolarmente piacevole". Il contrattacco della voce di "Love me again" è "Revolve", un disco completamente diverso dal debutto, "Tribute"; il secondo album in studio di John Newman è una raccolta di hit spudorate che tuttavia non rinunciano alla classe e all'eleganza delle canzoni contenute dal precedente album: i ritornelli di questi nuovi undici brani sono incisivi, con temi e coretti che conquistano al primo ascolto, e il tutto è bilanciato con arrangiamenti raffinatissimi e orchestrazioni di grande effetto.

Proprio come era avvenuto per "Tribute", anche stavolta John Newman - classe 1990 - ha curato in prima persona la produzione dell'album; le registrazioni del disco, che si sono svolte tra Los Angeles, Londra e Miami, hanno visto il cantautore britannico collaborare a stretto contatto con i produttori Greg Kurstin e Jack Splash (entrambi premiati ai Grammy), ai quali si è aggiunto anche Charlie Wilson della band funky e r&b The Gap Band, in voga tra gli anni '70 e '80.
In "Revolve" c'è tutto il background musicale del cantautore britannico: dalle ritmiche serrate della musica house alla riscoperta di classici soul e Motown (nell'episodio migliore del disco, "We all get lonely", un ritmo funky incontra un coro gospel), fino all'introspezione di cantautori come Ray Lamontagne, Damien Rice e Ben Harper (basti ascoltare la ballad pianistica "I'm not your man").

Il suono che Newman è andato a ricreare con il suo nuovo album di inediti è proprio il suono della musica a cavallo tra gli anni '70 e '80, un mix di soul, pop e dance: è soul soprattutto per quanto riguarda le orchestrazioni pompose, basate sul suono di fiati e degli archi (John Newman si è avvalso anche della collaborazione di Jerry Hey, braccio destro di Quincy Jones e già al servizio di Michael Jackson per archi e fiati in "Thriller"); è pop perché è stato registrato singolo per singolo, un approccio che John ha imparato dall'amico Calvin Harris (e si sente: le undici canzoni contenute nel disco sono tutte potenziali hit); è dance perché se c'è un filo conduttore che lega tra loro i brani, è il ritmo: le canzoni sono tutte perfette per essere remixate e trasformate da pezzoni da discoteca, cantabili e ballabili.
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