«FROM HERE TO ETERNITY - Clash» la recensione di Rockol

Clash - FROM HERE TO ETERNITY - la recensione

Recensione del 11 ott 1999

La recensione

I Clash hanno scritto un capitolo della storia del rock and roll con “London calling”, uno dei dieci album più importanti mai pubblicati dall’avvento di Elvis.
Ciò premesso, possiamo fissare la vicenda dei Clash in tre momenti cruciali: l’esordio come supporter dei Sex Pistols in quella Londra del 1976 elettrica di tensioni sociali e in prima linea nella rivoluzione musicale che condannava i dinosauri del rock, gli stessi che ri-celebriamo di questi tempi; la pubblicazione del capolavoro doppio di cui sopra che, segnando con ineguagliabile tempismo lo spartiacque tra i Seventies e gli Eighties, toccava uno dei momenti più alti del tonificante periodo “new wave” che, in un modo o nell’altro, ci avrebbe condotto fino al Live Aid; e, infine, l’uscita di “Combat rock” nel 1982, ovvero – come direbbe Pete Townshend – “the punk meets the Godfather”, i ribelli vendono dischi a camionate e si fanno anche l’America.
Sotto il profilo della produzione discografica, “From here to eternity” concentra la grandezza dei Clash nel quinquennio che va dal 1977 al 1982, preoccupandosi di evidenziare da un lato la crescita progressiva e smisurata dei talenti di Joe Strummer e Mick Jones, antitetici e complementari, ribelli, politici e a tratti anche poetici; dall’altro la straordinaria esplorazione musicale che – spaziando tra ska e reggae, rock, funk e dub – coglieva l’essenza e la purezza dello spirito del punk e produceva una qualità musicale superiore a quella di qualsiasi formazione proveniente dalla stessa covata.
La qualità del live che abbiamo sott’occhio si manifesta nella scelta dei brani (non abbiamo rimpianti né critiche significative da muovere ai compilatori: anzi, l’assenza di “Rock the Casbah” non è male…), nell’equilibrio delle registrazioni, fortunatamente non troppo patinate, e nel percorso che riesce a tracciare, disegnando l’arco della carriera dei Clash da riottosi ventenni politicamente impegnati (un’altra caratteristica che andava oltre la caratura del gruppo punk medio) a campioni del rock and roll, acclamati da 80.000 persone allo Shea Stadium che “fu” dei Beatles.
I primi sei brani della tracklist che segue filano via in un attimo, vorticosamente e duramente, come era imperativo che accadesse ad un concerto punk nel 1977; in particolare, “Complete control”, “Career opportunities” e “(White man) in Hammersmith Palais” sono le tracce che evidenziano quella marcia in più che Strummer e compagni vantavano rispetto ai loro “colleghi”: energia, certo, esecuzioni ruvide, sicuro, ma liriche toste e coscienza politica già mature. Non solo volume e chitarre distorte, quindi: si ascoltino gli esempi di “Armagideon time”, di “The magnificent seven” e della strepitosa “Train in vain”, a riguardo. Per gli “inni”, infine, la scelta cade su “Should I stay or should I go”, un gioiello diventato una “party song” per antonomasia.
“From here to eternity” è ottimo e ci voleva: ai più attempati servirà come pretesto per ripescare qualcosa dagli scaffali, ai neofiti darà un’idea precisa della grandezza del gruppo e dell’importanza che il movimento da cui i Clash emersero ebbe per il rock.
La speranza è una sola: che non si riuniscano mai.
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