«STILL - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - STILL - la recensione

Recensione del 02 lug 2015 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Terminato l'ascolto di "Still" tutto diventa chiaro e inequivocabile: che registri nel suo home studio a Los Angeles, che si rechi in pellegrinaggio a New Orleans (lì, a casa di Buddy Miller, ha inciso il precedente "Electric") o che si trasferisca momentaneamente a Chicago - sede del "Loft" di Jeff Tweedy, dove in soli nove giorni, lo scorso inverno, è nato "Still" - Richard Thompson rimane sempre fedele a se stesso e alla sua natura. Quella di un Englishman tutto d'un pezzo che in America vive da decenni senza farsene plasmare, una personalità troppo forte per farsi condizionare dalle buone compagnie che frequenta, un autore e un musicista con un immaginario poetico e un bagaglio espressivo talmente solidi e radicati da risultare quasi impermeabili all'ambiente circostante.

Chi si aspettava di scovare segni evidenti della presenza di mr. Wilco in questo suo nuovo album, dunque, rimarrà forse deluso o sconcertato: nei cinquanta minuti abbondanti di "Still" Tweedy - molto più riconoscibile, per dire, nei dischi da lui prodotti per Mavis Staples - è una presenza più che discreta e spesso impercettibile, pronto a concedere al suo ospite ogni luce della ribalta, tutt'al più intento a rinforzare l'impatto in presa diretta del suo "power trio" - che ha nei bravissimi Michael Jerome (batteria) e Taras Prodaniuk (basso elettrico) gli altri due lati di un triangolo perfetto - con l'aggiunta di qualche contributo dei musicisti arruolati per la band che porta il suo nome (il chitarrista Jim Elkington, i vocalist Liam e Sima Cunningham).

Chissà se l'amico americano ha detto la sua anche a proposito della bizzarra sequenza del disco: che inizia con un pezzo lento in crescendo, l'avvolgente ballata "She never could resist a winding road" (scelta condivisibile e azzeccata, perché se c'è un titolo che sembra destinato a restare nel pantheon thompsoniano è proprio questo), e si conclude con "Guitar heroes", un virtuosistico divertissement in cui Thompson rende omaggio agli eroi della sei corde che lo hanno ispirato - Django Reinhardt, Les Paul, Chuck Berry, James Burton, Hank Marvin degli Shadows - prima di ricordare perché è considerato a sua volta uno dei migliori chitarristi della storia del rock. Sono otto minuti di storia condensata della musica e di autobiografia rivelatriche che scateneranno sicuramente applausi in concerto, ma il tono scanzonato e la struttura fragile della canzone l'avrebbe forse resa più adatta all'inclusione nell'EP ("Variations") aggiunto alla versione deluxe dell'album, mentre in chiusura di programma il pezzo provoca un forte (voluto?) calo di tensione dopo l'intensità e il pathos di canzoni come "Where's your heart?" (il classico lamento di un amante deluso) e "Dungeon for eyes", parabola sulla sottile linea rossa (di sangue) che separa - nel caso specifico di un noto leader politico affrancatosi dalla lotta armata - un presente rispettabile da un passato di violenza mortifera, e sui dilemmi morali che attanagliano chi con lui è chiamato a relazionarsi (Thompson non specifica, ma sembra che a provocare la scintilla sia stato un suo incontro occasionale con Gerry Adams, presidente irlandese del Sinn Féin).

"Guitar Heroes' è, d'altra parte, l'unica vera sorpresa di "Still". Negli altri undici episodi gli estimatori di Thompson riconosceranno spesso linee melodiche, progressioni armoniche e personaggi tipici della sua produzione ("c'è chi la chiama ripetitività, io preferisco chiamarlo stile", spiegò lui una volta): hanno addentellati nel passato la protagonista avventurosa, inquieta e vagabonda di "She never could resist a winding road", l'amante sessualmentre frustrato di "All buttoned up", il soldato lacerato nel fisico e nello spirito di "No peace no end". Il brano più veloce, ritmato e rock and roll, quest'ultimo, di una raccolta che si propone come un seguito ideale a "Electric", considerando il formato della band di accompagnamento e il fatto che sono ancora le chitarre elettriche le grandi protagoniste del disco, in un succedersi di limpidi fraseggi e di assoli fulminanti ma concisi, sempre al servizio della canzone: nella mani di Thompson la Stratocaster e le altre sei corde hanno il dono della parola, sono voci che si sovrappongono e dialogano con quelle umane unendo i punti tratteggiati tra detto e non detto, completando la trama e suggerendo una lettura tra le righe che arricchisce il linguaggio del songwriting. Ascoltarle è sempre una delizia, e anche il repertorio che sostengono è complessivamente all'altezza (forse più che nel disco precedente): il giudizio vale per le due piccole parentesi acustiche, il country-folk al piccolo trotto di "Beatnik walking" (ricordo, anch'esso autobiografico, di un idilliaco soggiorno ad Amsterdam, tra la lettura del Times alla mattina e le tele di Van Gogh) e lo struggente ritratto di donna in nero di "Josephine"; ma anche per i cambi di tempo e le linee sinusoidali di "Pony in the stable" (dove sembra di ascoltare certo classico folk rock degli anni Settanta), gli aromi Sixties, gli arpeggi jingle jangle e il lieve profumo di California di "Pattie don't you put me down" o la disturbante atmosfera claustrofobica di "Broken doll" dove Tweedy si fa finalmente avanti con quelle stranianti tastiere in sottofondo che deformano lievemente la sagoma della canzone.

Thompson usa i suoi classici ferri del mestiere per sceneggiare amori guasti e tratteggiare il profilo di personaggi disturbati, psicotici, goffi, addolorati, tragici e a volte involontariamente comici, trattati di volta in volta con accondiscendente humour dickensiano o con esplicito disprezzo (il Donald Trump fin troppo riconoscibile di '"Fergus Laing", bonus track che si iscrive nella galleria di certe canzoncine satiriche che che in pa ssato non hanno risparmiato Madonna, Janet Jackson, Kenny G e Sting). Sono ancora una volta il calore e l'espressività sincera della voce, la scelta minimalista ma sapiente degli arrangiamenti, la ricerca di angolazioni nuove a tenerlo al riparo dalla routine, cosicché la piccola magia si ripete: a 66 anni Thompson conserva un'urgenza espressiva, una incisività spigolosa e una predilezione per i lati oscuri dell'animo umano che gli permettono di evitare soluzioni troppo scontate e accomodanti. Sarà per questo che, a dispetto dell'ammirazione sconfinata dei colleghi, del rispetto unanime della critica e dell'entrata nella Top 20 britannica dei suoi ultimi dischi, resta un artista confinato nei margini del "culto". La condizione ideale per continuare a muoversi in piena libertà.
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