«NO PLACE IN HEAVEN - Mika» la recensione di Rockol

Mika - NO PLACE IN HEAVEN - la recensione

Recensione del 15 giu 2015 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7/10

La recensione

C’è modo e modo di fare musica pop. C’è quello un po’ sbracato di quelli che una volta erano i tormentoni estivi, come certa musica latina che sembra inevitabile, in questa stagione. C'è quello tastieroni+vocalist dei DJ. C'è il pop delle superstar, in perenne bilico tra buone canzoni, già sentito e ricerca ossessiva della contemporaneità. Poi c’è il pop intellettuale, che per certi versi è più indie dell’indie (che nel frattempo è diventato mainstream, ma questa inversione di ruoli è un’altra storia).
E poi c’è il pop di dischi come “No place in heaven”: il migliore di tutti. Canzoni semplici ma non banali, arrangiate in maniera pulita, cantate bene, che mirano alla melodia, alla piacevolezza, alla freschezza.
In “Good guys”, Mika elenca il suo pantheon, e non è un caso che lì in mezzo ci sia Andy Wharol, perché in questo disco, come nella pop art, e si mischiano i colori, i suoni, da ovunque arrivino: l’allegria, con la malinconia, l’alto con il basso. La copertina è vivace, le canzoni sono spesso dritte, melodiche, ma le foto di Mika sono sempre in bianco e nero, un po’ ombrose, e nelle canzoni c’è una vena riflessiva nelle storie, un sottotesto introverso che è tipico di certo pop-rock, quello a cui si ispira Mika: gli anni ’70, il primo Elton John, il primo Billy Joel, Carole King e il Laurel Canyon dove questo disco è stato scritto.

Per “No place in heaven” Mika ha scelto un suono retrò, aperto, fatto di strumenti ben riconoscibili, a sostenere melodie immediate: lo si capisce fin dalla prima canzone - almeno in Italia, perché l’album esce in 8 versioni con tracklist diverse a seconda dei paesi. “Talk about you” parte con un basso pulsante, piano, ritmica sostenuta, una chitarra acustica. Ricorda qualcosa? Forse “Sarà perché ti amo”? Probabile, infatti tra gli autori sono citati Pupo e Daniele Pace, che la scrissero per i Ricchi e Poveri (nel libretto si parla di “interpolation”). E poi si arriva appunto a “Good guys”, che invece è più malinconica: decisamente più Rufus Wainwright che Bowie, per rimanere tra i nomi citati nel brano.




Il disco continua così, tra brani ritmati (“All she wants”) e ballate malinconiche (“Hurts”, “Let’s party”, che a dispetto del titolo si apre solo alla fine), tra riferimenti alla chanson (ben quattro le canzoni in francese, nella nostra edizione), e riferimenti alla storia del pop: “No place in heaven” sembra citare direttamente “Cecilia” di Simon & Garfunkel (con quel “I’m down on my knees, I’m begging you please”), il “L’amour, la la la l’amour" di “L’amour fait ce qui’il veut” ricorda “Can’t get you out of my head” di Kylie Minogue, “Rio” ha un giro di chitarra che sembra quello di “Faith” di George Michael (che a sua volta ricordava certo rock ’n’ roll delle origini).
Il difetto principale di “No place in heaven” è anche il suo pregio maggiore: ogni tanto le canzoni ricordano qualche classico, qualche melodia entrata nell’immaginario pop, anche se magari non la riconosci subito. “No place like heaven” non è un classico, ma è un album di "classic pop", e di classe: belle melodie, piacevole ma mai banale, e con una voce espressiva ed impeccabile. Bentornato Mika.
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