«BUSH - Snoop Dogg» la recensione di Rockol

Snoop Dogg - BUSH - la recensione

Recensione del 14 mag 2015 a cura di Michele Boroni

La recensione

E così, ridendo e scherzando, tra una rima e un sample, storie di ghetto e citazioni di luxury brand, l'hip-hop e il rap hanno compiuto 40 anni.
Questo significa oggi non solo un avvicendamento generazionale, ma anche continue trasformazioni da parte degli esponenti della vecchia guardia che non vogliono mollare il colpo. Se già quelli della old school sono andati in pensione o hanno provato a diventare dei business men, ora tocca agli esponenti dell'ondata degli anni 90 a rinnovarsi o a trovare un nuovo ruolo sul mercato musicale.

Snoop Dogg è un caso emblematico. Nel corso degli ultimi anni non solo ha cambiato nome, (all'inizio era Snoop Doggy Dog e poi anche Snoopzilla) ma ha diversificato il proprio business - produttore di film porno, venture capitalist per investire sulla marijuana, protagonista di un reality – come pure genere musicale e identità. La sua ultima trasformazione è stata nel 2013 con la conversione al rastafarianesimo, la pubblicazione di un disco reggae e il cambio di nome in Snoop Lion; la notizia ha fatto il giro dei colonnini del mondo, ma alla fine l'operazione si è rivelata un mezzo flop. Così Snoop “Zelig” con “Bush” è tornato alle origini, o meglio, alle cose che in passato hanno avuto più successo come “Beautiful” o “Drop like it hot” e quindi ha visto bene di farsi produrre da Pharrell Williams, suo sodale al tempo delle due hits e ora riconosciuto Re Mida del pop.
Di ritorno vero e proprio all'hip-hop in realtà non si può proprio parlare, per una serie di motivi. Primo, il 43enne Snoop Dogg qui rappa pochissimo e quando lo fa, come nel singolo “Peaches N Cream”, mette in fila una serie di citazione di rime altrui.
Preferisce invece passare la palla a T.I. (“Edibles” una delle tracce migliori) o a pesi massimi come Kendrick Lamar e Rick Ross (deludenti in “I'm Ya Dogg”). Anche la musica è piuttosto lontana dell'hip-hop e più vicino a quel hip-pop in cui si è specializzato Pharrell con ampie citazioni al funk e alla disco anni 70. E questo è il punto di forza e insieme di debolezza del disco, che è gradevole, leggero e ben prodotto, ma che dopo i Daft Punk, i Chromeo, Mayer Hawthorne (anche nel suo side project Tuxedo), Mark Ronson e il ritorno di Nile Rodgers non ha più molto da dire.





E pensare che il disco si apre con la deliziosa “California Roll” sull'uso terapeutico della cannabis con la voce di Pharrell (presente un po' in tutto il disco) che si incrocia con quella di Stevie Wonder e della sua armonica. Altri pezzi come “Run Away” con Gwen Stefani o “So Many Pros” sembrano usciti dal disco solista di Pharrell.
Insomma, se lo stile laid back e il ritorno al funk sono perfetti per Snoop, l'impressione che se ne ricava dal disco è di aver voluto giocare troppo sul sicuro.
Forse una spinta più sul territorio più hard funk stile Funkadelic e Parliament - come erano le intenzioni, secondo le dichiarazioni dello stesso rapper - avrebbe giovato al disco.
I pezzi comunque ci sono e sarà divertente sentirli suonare dal vivo quest'estate, con il tour che passa anche dall'Italia.
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