«ROUGH HARVEST - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - ROUGH HARVEST - la recensione

Recensione del 01 ott 1999

La recensione

Al momento di lasciare la sua etichetta storica, John Mellencamp doveva per contratto ancora due dischi. Dopo un'antologia tutto sommato un po' anonima, ne restava soltanto uno, ma nel frattempo era già uscito il suo esordio per la Columbia, l'omonimo ed eccellente “John Mellencamp”. C'era il rischio di avere il solito disco dal vivo o un altro greatest hits messo di seconda categoria e invece John Mellencamp ha onorato l'impegno con uno stile e il talento dei bei tempi: si è preso la band e ha riletto un po' delle sue canzoni e un paio di brani dylaniani con un gusto molto simile al suono di uno dei suoi dischi migliori, “The lonesome jubilee”. Il risultato è un album di american music al 100%, che pur non aggiungendo niente di radicalmente nuovo a quanto già espresso da John Mellencamp, suona piacevole e godibilissimo dall'inizio alla fine. Alcuni esempi: “Love and happiness”, tratta dall'elettrico “Whenever we wanted”, è spogliata dai rumori chitarristici e diventa una splendida rock ballad; “Rain on the scarecrow” suona più folkie e blues, come se riscoprisse le sue intense radici rurali; “When Jesus left Birmingham” perde il ritmo torrido che aveva in “Human wheels” e acquista un violino dai sapori irlandesi. Molto belle anche le versioni del tradizionale “In my time of dying” (era nel repertorio tanto di Dylan quanto dei Led Zeppellin), di “Farewell Angelina” (ancora un Dylan d'annata), di “Under the boardwalk” e di “Wild night”. Naturalmente ciò non toglie che Rough Harvest resti un capitolo secondario nella carriera di John Mellencamp, ma è quanto basta perché rispetti il contratto più importante, quello con chi l'ha seguito fin dai suoi esordi. Un bel disco.
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