«EMPIRE - ORIGINAL SOUNDTRACK FROM SEASON ONE - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - EMPIRE - ORIGINAL SOUNDTRACK FROM SEASON ONE - la recensione

Recensione del 13 mar 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Empire è uno dei casi televisivi del 2015, se non IL caso. Almeno negli Stati Uniti, dove è la serie più vista di questi mesi, con numeri che non si vedevano da tempo e che aumentano ad ogni puntata - in Italia è trasmessa da Fox. Un musical drama, ambientato nell’industria discografica.
La Empire Records è un colosso della musica black, e il suo capo Lucious Lyon (Terrence Howard) è un duro di strada e rapper, trasformatosi in imprenditore. Uno che può nicchiare ad un invito a cena di Obama (“Digli che la prossima volta è un no”, sbraita alla sua assistente). Il suo impero è costruito su fondamenta poco chiare, che vengono alla luce quando la moglie esce di prigione dopo 17 anni e rivendica il suo posto nell’impero. Di mezzo ci sono i tre figli: un businessman, un talentuoso autore e uno che ha già il carisma (e il caratteraccio) della star. A chi lasciare l’impero?
Dal punto di vista televisivo, “Empire” è una sorta di Dallas ambientato nel mondo della musica black, proprio come “Nashville” era un "Dallas" ambientato nella musica country. Tutto basato sulle tensioni familiari, soprattutto quella di Lucious con la moglie e con il figlio omossessuale (l’omofobia latente della comunità hip-hop è un tema tosto).

Dal punto di vista musicale, “Empire” è interessante perché è il punto di arrivo di un’integrazione sempre più strutturata tra le serie TV e le canzoni: mette assieme diversi modelli presistenti: quello di “Nashville” e quello di “Glee”.
Così come il produttore musicale di Nashville è il grande T Bone Burnett, quello di questa serie è l’altrettanto importante Timbaland. Le canzoni vengono pensate assieme alla sceneggiatura e integrate nella narrazione - cosa tutto naturale, visto che è una serie ambientata nel mondo della musica, in cui le performance dei protagonisti fanno parte del flusso degli eventi. Ed esattamente come “Glee”, le canzoni vengono messe in vendita su iTunes ed in streaming in contemporanea alla messa in onda puntata. Solo che qua le canzoni sono originali, e scritte per l’occasione.
Ha notato Billboard, proprio facendo un paragone tra le due serie, che difficilmente “Empire” diventerà il nuovo “Glee”, riuscendo ad ottenere quegli stessi risultati. "Glee" lavorava su brani famosi, di repertorio e puntava quindi ad un pubblico più largo. Qua il rischio è il confinarsi nel genere, anche se meno di nicchia di “Nashville” - e sicuramente più esportabile rispetto al country.
Il rischio di operazioni di questo genere, però, è proprio ciò che comporta una così grande integrazione tra musica e storia: ascoltate nella serie, le canzoni funzionano - ma ascoltate da sole non lasciano il segno. Esattamente come la serie riprende alcuni temi narrativi molto classici del drama (in maniera anche un po’ sterotipata, se vogliamo) e portandoli in un nuovo contesto, le canzoni di "Empire" sembrano riprendere senza grande originalità certi luoghi classici (se non comuni) della musica black contemporanea. Certo, la mano di Timbaland si sente, e ci sono buoni brani, come l’1-2 iniziale di “Good enough” e “What is love”. Ma la personalità musicale dei performer (genericamente definita nei crediti di questo disco come “Empire cast”) non sembra ancora tale da garantire una vita esterna duratura a queste canzoni, al di là della visibilità di ritorno generata dal successo delle puntata. Le cose un po' cambiano quando la serie cala gli assi: tra gli ospiti ci sono pesi massimi come Courtney Love (bella e molto tradizionale la ballata “Walk out on me”), Mary J Blige o Jennifer Hudson. Ma non sempre: brutta per esempio, la cover di “Money for nothing” dei Dire Straits.
Tutto il lavoro musicale sulla serie, fatto di un EP con 4-5 canzoni a settimana, è riassunto in questo album, il classico formato della compilation “Original soundtrack” che contiene il meglio delle canzoni prodotte per la serie.
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