«CHASING YESTERDAY - Noel Gallagher» la recensione di Rockol

Noel Gallagher - CHASING YESTERDAY - la recensione

Recensione del 02 mar 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Corsi e ricorsi. Citazioni. A un certo punto è andato di moda il termine – che per circa 25 minuti è stato anche piuttosto cool – “postmoderno”. Il succo della faccenda, che il signor Noel Gallagher ha ben compreso e maneggia con maestria, è che “creatività” non è necessariamente sinonimo di “originalità” e che per scrivere un buon libro o una buona canzone – come nel nostro caso – si può anche adottare un metodo che prevede la citazione, il recupero, la ripetizione, il restyling di temi, stilemi, schemi, riff e melodie già ascoltate e/o utilizzate. Attenzione: non parliamo di plagio, però, ma di metabolizzazione e utilizzo per creare un lavoro differente, che comunque – giocoforza – porterà ben evidenti e riconoscibili i segni delle “ispirazioni” di partenza.
“Chasing yesterday” è, in questo senso, un nuovo, inequivocabile manifesto del modus operandi di Noel, che non si è mai fatto scrupolo o cruccio di fronte alle levate di scudi dei critici che lo accusano di essere ripetitivo, di scrivere – a volte – riff e melodie che ricordano grandi successi del passato (di altri o degli Oasis). Quindi, leviamoci il dente subito: l’incipit di “Riverman” ricorda “Wonderwall”? Quello di “The girl with X-ray eyes” evoca prepotentemente l’inizio di “Stairway to heaven” degli Zep? Ci sono riff/melodie molto uguali a cose di Bowie? E quell'aroma fortissimo di Bolan e T-Rex?
È tutto vero. Ma Noel ci dice chiaramente, alzando le spalle: “E allora?”. La sua poetica, (ri)spiegata in una recente intervista promozionale è: “Spetta agli altri decidere a cosa somiglia la mia musica. Io mi rifiuto di scervellarmi... suono quello che suono. Le mie influenze sono quelle che sappiamo e fine del discorso. Ho accettato i miei limiti e lavoro all’interno di quei paletti”.



Trovata la chiave d’accesso a cui si accennava, godersi “Chasing yesterday” è una passeggiata. Perché è, in effetti, una raccolta di brani piacevoli, con le belle melodie di cui Noel Gallagher è da sempre paladino, e un gusto molto rock anni Settanta a fare da fil-rouge. Ci sono pezzi molto buoni e altri più generici, ma mai brutti. “In the heat of the moment”, ad esempio, con un mood vagamente blues, ma anche la brillante “Ballad of the mighty I” (canzone inusuale – un po’ scura, un po’ danzereccia, un po’ Seventies disco-rock, con il maestro Johnny Marr come ospite); e poi “Lock all the doors” (un bel ripescaggio di un inedito quasi punkeggiante, risalente addirittura al 1992), lo stomp dall’incedere taurino di “The Mexican”...

Una volta abbandonata la speranza di vivere esperienze simili a quelle che i migliori Oasis possono aver regalato, dunque, diventa facile entrare nel mondo di Noel e abbandonarsi alle sue sonorità rassicuranti, frutto di un innegabile talento, ma anche di un gusto per il già noto e per la rassicurante sensazione di sapere dove si andrà a finire. I generi “classici” del rock ci sono tutti (dal classic al punk, passando per la psichedelia e il powerpop), i ritornelli sono sempre da manuale e si flirta con soluzioni che esulano dall’universo Oasis-centrico in cui Liam spesso si è auto-recluso e/o è stato relegato.

Per parafrasare Liam, non ha senso scervellarsi su un disco del genere. È un buon album e ognuno ci troverà pregi e difetti a seconda della propria sensibilità; ma di sicuro non potrà negare che funziona.
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