«THE WANDERINGS OF THE AVENER - Avener» la recensione di Rockol

Avener - THE WANDERINGS OF THE AVENER - la recensione

Recensione del 24 feb 2015

La recensione


di Gianni Sibilla

E’ una strana cosa, questo album di The Avener , come la tracklist che lo compone.
The Avener nasce come DJ. Un DJ francese, che già è una categoria sociologica a parte. Ma da quel mondo, e da quello della EDM, delle canzoni con i tastieroni, Tristan Casara è fuggito. Non è un caso che la parola che compare di più nella tracklist è “Rework”. “Remix” appare una sola volta. Ci sono i “Feat.” e gli “&…”, e c’è un mix finale di 54 minuti come in un disco di Avicii o del compatriota Guetta. Ma qua siamo davvero su un altro pianeta.
La parola chiave è appunto “Rework”: prendere una canzone semi-sconosciuta, e rielaborarla, senza tradirla come si fa spesso nei remix. Tutto è nato da “Fade out lines”, rielaborazione di un pezzo della semi sconosciuta Phoebe Killdeer. Originariamente un rock blues (un po’ alla Nick Cave), nella versione del DJ è velocizzata, con un beat dritto che non ti fa rimanere fermo, ma conserva l’essenza originale della canzone: le chitarre, il basso.
Quando lo abbiamo intervistato ha detto di essere “Uno che dà seconde possibilità alle canzoni”, quindi sostanzialmente lavora come un produttore su un demo - anche se poi il nome è suo (assieme a quello dell’originale, appunto). E lavora su generi “classici”: il pop-rock, il rock, il blues, il folk.
Il riultato è un disco vario, ma riconoscibile, che per certi ricorda più quel genere che va sotto il nome di “folktronica” (terribile etichetta), ovvero di canzoni cantautorali con beat elettronico. Un bel disco, con alcune belle punte - anche se nessuna bella come “Fade out lines”, ma insomma: “To let myself go” si avvicina molto a quel modello. Mentre forse i momenti più interessanti sono quelli più particolari: le rielaborzioni di Rodriguez (“Hate street dialogue”, citata come “featuring”) e John Lee Hooker (“It serves you right to suffer”), il funk di “Celestial blues”, che ricorda molto St.Germain, che quasi 15 anni fa fece scuola nello sporcare la black music con l’elettronica.



Convince molto, ma molto meno la rielaborazione di quel classico dell’indie-rock che è “Fade into you”, dei Mazzy Star: il rischio del rework è che suoni come una nuova versione con la cassa po’ più dritta, ed è esattamente ciò che succede in questo caso. Poco male, perché “The wanderings of the avener” è un disco con un’idea di base diversa dalla musica elettronica che gira intorno. Un’idea che funziona quasi sempre, e che quasi sempre è molto piacevole. Piacerebbe - e succederà, visto il successo di “Fade out lines” - vedere The Avener alle prese con materiale originale, scritto con una cantante e una band vera. Il risultato potrebbe essere assai interessante.
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