«SUCKER - Charli XCX» la recensione di Rockol

Charli XCX - SUCKER - la recensione

Recensione del 20 feb 2015 a cura di Pop Topoi

La recensione

Stando alle centinaia di articoli scritti l’anno scorso, l’estate 2014 non ha avuto un tormentone (o perlomeno non uno universale e unificante come “Get lucky” nel 2013), ma tra le canzoni che si sarebbero potute contendere il primato ce n’erano almeno due con la firma di Charli XCX: “Fancy” con Iggy Azalea e “Boom clap”. La prima era resa sicuramente più memorabile dal ritornello della cantante inglese che dai versi della rapper australiana; la seconda è stata un successo del tutto inaspettato: tratta da “Colpa delle stelle”, ha superato in popolarità non solo i contributi alla colonna sonora di artisti molto più in vista (Ed Sheeran, Jake Bugg, Lykke Li), ma anche il film stesso. Charlotte Aitchison si è trovata così per la prima volta ad avere una hit tutta sua, senza dovere condividere il successo con nessuno (aveva già scritto e interpretato la gigantesca “I love it”, ma sebbene il suo nome figurasse chiaramente dopo la parola “featuring”, quel singolo apparteneva alle Icona Pop).
“Boom clap” c’entra ben poco con “Sucker”, l’album che esce in Europa con due mesi di ritardo sugli Stati Uniti (che senso abbia, di questi tempi, pubblicare lo stesso prodotto in date così lontane, non si sa). Come il singolo portante, tutto il disco potrebbe essere la colonna sonora di un teen movie, ma di un genere diverso: qualcosa a metà tra “Mean girls” e la saga di “American pie”. Non cito questi due titoli a caso: in uno c’erano Peaches e Pink e nell’altro tutte le band punk-pop che andavano di moda il decennio scorso. Sono tutte influenze ben presenti nella musica di Charli XCX, nel suo spirito di ribellione scherzoso (“Non voglio andare a scuola, voglio solo infrangere le regole!” canta in “Break the rules”) e nell’ostentazione, quasi comica, del suo nuovo stile di vita americano (“Quando guido sul lato sbagliato della strada, mi sento come JFK” in “London queen”).
L’abilità di Charli XCX sta proprio nell’avere (ri)trovato il modo di incidere un album spudoratamente pop sviando l’EDM, e di avere unito produttori svedesi e nomi dell’alternative (Batmanglij dei Vampire Weekend, Cuomo degli Weezer) in un’opera spesso derivativa, ma che mancava oggi al mainstream. Se il precedente “True romance” era un gioiello di synthpop sofisticato, distaccato ed etereo, “Sucker” è l’opposto: sboccato, distorto e rumoroso. È come suonerebbe Sky Ferreira in un momento di euforia (le due condividono molti collaboratori) o come suonerebbe Kesha se le lasciassero fare di testa sua. Charli XCX fa canzoni grosse, aggressive e anche volutamente un po’ stupide, e le interpreta con la sfacciataggine di chi ha già capito come fare quel mestiere. Dall’inizio alla fine ci si diverte – e trovandosi nella fascia di età in cui ci si può ribellare alla scuola, forse ci si divertirebbe ancora di più.
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