«AT LEAST FOR NOW - Benjamin Clementine» la recensione di Rockol

Benjamin Clementine - AT LEAST FOR NOW - la recensione

Recensione del 05 feb 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Che ne sapeva Benjamin Clementine che i tormenti personali sarebbero stati il lasciapassare per il successo? Da quando è apparso di fronte alle camere di “Later… with Jools Holland”, una presenza mite eppure potente, il cantautore inglese s’è fatto strada nel mondo del pop come una splendida anomalia. Ora è arrivato anche in Italia il suo album, un lavoro solido, pieno di belle canzoni, intenso. “At least for now” è frutto d’una musicalità istintiva, come ha spiegato l’artista a Rockol. Eppure non mancano riferimenti “alti”: la teatralità della chanson française, il canto dell’altro mondo di Antony Hegarty, lo stile pianistico di Rufus Wainwright. Clementine non raggiunge il loro livello, ma un talento ce l’ha: riesce a trasformare piccole storie di vita in quadri struggenti.

Un tempo si sarebbe detto che “At least for now” è un concept album giacché gira attorno a un tema: il vagare fisico e spirituale dell’artista, la ricerca di sé, il tormento esistenziale. Ogni canzone è un pezzo di vita vissuta. “Winston Churchill’s boy” dipinge la solitudine di Clementine mentre attraversa la Manica e dalla piccola Edmonton si trasferisce a Parigi, dove per un certo periodo vivrà e suonerà per strada. Se “London” è il luogo dei dubbi, “Adios” è la canzone in cui l’artista dice addio alla giovinezza e si assume la responsabilità delle sue scelte. Eccolo in “Then I heard a bachelor’s cry” vagare per i boulevard parigini disilluso e pieno di rabbia e poi archiviare le proprie insicurezze in “Condolence”. Il pezzo della svolta si chiama “Cornerstone”, il singolo che Clementine va cantando in giro per l’Europa, spesso scalzo: dopo averlo scritto, ha compreso che la condivisione delle proprie esperienze attraverso la musica rappresenta una via d’uscita dalla solitudine. Per ultima arriva “Gone”, dove Clementine racconta il mesto ritorno in Inghilterra.




“At least for now” ha qualcosa di primitivo e al contempo nobile. Lo strumento cardine del disco è il pianoforte. Pur non essendo un virtuoso e non avendo ricevuto un’educazione musicale formale, Clementine riversa l’amore per la musica classica nell’eleganza degli arrangiamenti piuttosto scarni, a cui gli archi donano un pizzico di melodramma. Lontano dal pop contemporaneo, l’artista si rifà a una sorta di “classicità” del cantautorato che non sconfina mai nell’eleganza affettata. E poi c’è la voce tenorile che lo avvicina al soul: è espressiva e flessibile, impegnata in parti melodiche e recitate, spesso teatrali. Clementine canta, sì, ma anche mugugna, parte in soliloqui, sembra in trance e biascica parole, improvvisa falsetti e parla con gli angeli (davvero). E riesce immancabilmente ad attrarre nel suo mondo, anche quando è un po’ sopra le righe come in “Quiver a little”.

Qualcuno ha tirato in ballo Nina Simone per via del binomio voce-pianoforte. Il paragone è lusinghiero, ma eccessivo. Benjamin Clementine non ha lo spessore dell’artista afroamericana e dei grandi della canzone che l’hanno preceduto, ma a 26 anni è già un artista maturo e ha trovato una sua cifra stilistica in quella che potremmo chiamare poesia di strada. Riesce a raccontarsi in canzoni al tempo stesso intense ed eleganti, classiche e contemporanee. Resta da vedere cosa farà ora che ha condiviso le sue storie e ha apparentemente sconfitto i suoi demoni. Quando l’ha incontrato nei corridoi del “Later… with Jools Holland”, Paul McCartney l’ha spronato ad andare avanti così. È un ottimo consiglio.
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