«NO FIXED ADDRESS - Nickelback» la recensione di Rockol

Nickelback - NO FIXED ADDRESS - la recensione

Recensione del 07 gen 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Chissà che effetto fa essere, al contempo, una fra le rock band più di successo di questo Ventunesimo secolo (lo dimostrano gli oltre 50 milioni di copie vendute al mondo) e il bersaglio preferito di campagne – anzi vere e proprie crociate – di disprezzo e denigrazione? È una situazione bizzarra, quasi degna di uno studio filosofico che potrebbe vertere su un’ipotetica “antinomia dei Nickelback”. Un paradosso vero e proprio, appunto, eppure la band canadese da qualche anno ci vive e convive; peraltro con un invidiabile aplomb.
Una volta, banalmente, si diceva “molti nemici, molto onore”. Ma anche roba tipo “Ogni tuo successo ti crea un nemico; per essere simpatico occorre essere mediocre” (Oscar Wilde – o qualche talentuoso autore di frasi da cioccolatino). Eppure questo tipo di saggezza da coda all’ufficio postale o da sala d’attesa del dermatologo non fornisce una spiegazione convincente, davvero inattaccabile del fenomeno. Non è il semplice – e tragico, per chi ricorda la fonte della citazione – “è tutta invidia, vostro Onore” a giustificare tutto ciò. No. Perché una simile polarizzazione di opinioni, così duratura e intransigente, è davvero un oggetto eccezionale e di rara frequenza. Nickelback, specialmente online, è ormai un meme; accusare qualcuno di ascoltare la band è un preciso gesto di dileggio... eppure, per quanto terribile possa sembrare tutto ciò, a un’analisi più approfondita possiamo tranquillamente dire di essere nel proverbiale reame del gesto perfetto: se l’importante è che si parli di un prodotto per venderlo, i Nickelback hanno fatto tombola. E lo sanno perfettamente – altrimenti sarebbero molto più rabbiosi e (c)attivi nel rispondere alle martellanti domande sul “perché tanto odio?”, immancabili nelle interviste.
Ma veniamo al punto: al netto del pistolotto di marketing filosofico-sociologico, come è “No fixed address”?



Questo album è degno figlio del paradosso che lo ha generato. Ha tutte le carte in regola per piacere a un vasto pubblico, mischiando ruffianamente rock muscolare con vaghi afflati grunge/alt metal, ad atmosfere più club e dance. Insomma, panem et circenses, roba leggera, che intrattiene senza pretese e senza nulla domandare all’ascoltatore. Corporate rock che più corporate non si può: ben prodotto, ben studiato, ben promosso, ben distribuito, ben “costruito”. Insomma, tutto troppo prefabbricato. E infatti i Nickelback fanno un ottimo rock per chi il rock vero e proprio non lo ascolta più da tempo. O non lo ha mai ascoltato. Nessuno snobismo o giudizio gratuito in questa affermazione: la vita non obbliga nessuno a essere un rocker o una rocker. Anzi. E infatti il merito della band canadese è di avere azzeccato il giusto mix per piacere a una fetta di mercato bella grande, confezionando un prodotto vincente: il rock di marzapane da condominio residenziale, servito in comodo kit usa&getta. Al bacino di utenza principe di questo genere, peraltro, senza dubbio appartengono molti fra gli hater dei Nickelback più accaniti, che non riescono a fare pace con il proprio essere (e magari i Nickelback finiscono per ascoltarli cento volte in una giornata, come musica di sottofondo, godendoseli anche e senza sapere che si tratta di loro).
Dance, rock, grunge e pop si rincorrono per tutto l’album, regalando anche momenti di quasi-perfezione formale, che sicuramente causano brividi di piacere alla base del collo di ogni executive e manager di major che si rispetti. Ma il problema è che, anche se difficilmente si può dire di disprezzare “No fixed address”, parimenti non si può dire di ricordarne un titolo o un brano dopo l’ascolto. Scivola via in blocco, senza colpo ferire, come una hit dell’Eurovision Song Contest di 20 anni fa infilata a tradimento nella playlist del supermercato più vicino a casa. Solo con aspirazioni rock – lucide, colorate, un po’ finte e ben illuminate, da piazzare negli espositori subito a ridosso delle casse, fra i chewing-gum, i rasoi, le batterie alcaline e i preservativi.
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