«BURN TO SHINE - Ben Harper» la recensione di Rockol

Ben Harper - BURN TO SHINE - la recensione

Recensione del 21 set 1999

La recensione

Che di blues abbia bisogno anche il nuovo millennio ce lo ricorda Ben Harper con questo disco. Più morbido e sinuoso del suo predecessore, “Burn to shine” mette a nudo l’anima del cantante/chitarrista statunitense se possibile ancor più di quanto abbiano fatto i suoi dischi finora. E anche dal punto di vista stilistico, ce n’è per tutti i gusti: dal blues sotterraneo della iniziale “Alone” alle influenze soul di “The woman in you” – quasi princiana in fatto di intensità –passando attraverso un caleidoscopio di differenti musiche e stili (quasi vaudeville in “Suzie blue”, intimista in “Beloved one”, disperatamente rock nel ritornello di “Please bleed”, funky in “Steal my kisses” e glam-rock su “Burn to shine”), e mettendo in mostra, anzitutto, il rapporto profondo e puro che lega l’artista alla sua anima e di conseguenza alla sua musica. “Burn to shine” è, prima di ogni altra cosa, un album spirituale, in cui quello che si dice è meno o al massimo uguale a quanto passa sotto silenzio e va semplicemente ‘compreso’. Nel suono di Harper e del suo gruppo scorrono tutti i grandi riferimenti del passato, dai Led Zeppelin a Jimi Hendrix, da Bob Marley a Sly Stone, filtrati attraverso la sensibilità straordinaria di un musicista che ha saputo preservare nel corso degli anni la propria integrità. Ascoltatelo aprire la propria musica agli archi, alle chitarre ora furiose ora acustiche e sporche di blues, cantare immergendosi come ogni volta dentro se stesso: Ben Harper è unico come la sua musica. Una citazione per i due brani che chiudono l’album, insieme a “Please bleed” e “Two hands of a prayer” i momenti migliori del disco: “Beloved one” e “In the lord’s arms”, decisamente superlativi.
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