«ROCK OR BUST - AC/DC» la recensione di Rockol

AC/DC - ROCK OR BUST - la recensione

Recensione del 02 dic 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

It’s a long way to the top if you wanna rock’n’roll, cantavano gli AC/DC nel 1975. Loro erano sulla giusta strada per arrivarci, al top, ma non erano ancora lassù.
Fast forward -->> 39 anni dopo. Anno Domini 2014, la band ha diciassette album in studio nel proprio medagliere (19 se contiamo i primissimi due usciti solo in Australia) ed è al top da una trentina d’anni almeno (forse anche 35). Certo, non sono più i tempi di “Back in black” o di “Highway to hell”, ma il brand e la qualità del prodotto sono rimasti intatti, nonostante l’età che avanza e una serie di problemi ben noti (Malcolm Young affetto da demenza e uscito dal gruppo, Phil Rudd nei guai con la giustizia...).
Morale, “Rock or bust” è un album AC/DC al 100% e ha due qualità non trascurabili, alla luce di quanto detto sopra: ha la potenzialità di acchiappare nuovi fan, ma anche quella di non deludere i vecchi appassionati, quelli che già a metà anni ottanta rimpiangevano i vecchi tempi. Perché questi signori di 60 anni e più hanno avuto la forza e la volontà di sfornare un disco di rock’n’roll/blues/ hard/metal più che convincente e onestissimo. Conciso, cattivo e divertente. In due parole: con tutte le qualità che da un album degli AC/DC ci si aspetta.
Probabilmente si tratta della raccolta di nuovi brani più solida dai tempi di “Flick of the switch”: non c’è traccia o quasi dei temuti filler (come si diceva una volta nelle pubblicità dei dischi? “All killer, no filler”!) e scusate se è poco.
Una mezz’ora abbondante di musica che ti fa staccare il cervello dai problemi e dalle responsabilità schiaccianti, per catapultarti nel paradiso dei pub, delle birre doppio malto, delle ragazze da rimorchiare, dell’headbanging, dei solo per fare air guitar... stereotipi finché si vuole, ma di quelli buoni, che ti aiutano a tirare avanti – se ami certa musica.

Quindi, nonostante Malcolm Young non sia più della partita, gli AC/DC hanno dimostrato di essere ancora in grado di portare a casa il risultato. Con una certa nonchalance, anche. Lo confermano la title track (inno da concerto che di sicuro entrerà di diritto in scaletta per gli anni a venire), il pezzo scuro e mid tempo “Dogs of war” (epico e con tracce gustose di NWOBHM), la cattivissima “Hard times”, “Baptism by fire” con le sue vibrazioni stile era di Bon Scott... e poi una bizzarra, ma efficace, canzonaccia di rock taurino alla Led Zeppelin: “Rock the house”!
A quanto pare molto di questo materiale deriva da idee e brani non finiti che giacevano nel cassetto da anni (e che sono state finalmente formalizzate e trasformate in canzoni). In effetti, anche a un ascolto rapido, il feeling del disco risulta più vicino a quanto fatto qualche decennio fa dagli AC/DC, che non alla produzione più recente... e non è certo un male.

“Rock or bust”, insomma, ci mostra una band ancora in salute e con diverse cartucce da sparare. Purtroppo resta da capire se si tratta del proverbiale addio con il botto o, al contrario, l’inizio di una nuova era – alimentato dalla volontà di superare le difficoltà di cui si diceva sopra. Le voci in proposito sono contrastanti...
Jesse Fink, biografo ufficiale del gruppo e profondo conoscitore delle dinamiche interne, è piuttosto categorico nell’affermare: “Angus è stata la star dello show per tanti anni. Finché ci sarà lui ci saranno gli AC/DC: ma dati tutti i problemi di quest'ultimo anno credo proprio che il prossimo sarà il tour finale”. Angus Young dal canto suo (almeno nelle interviste ufficiali) si dimostra fiducioso e sicuro di sé, dicendo che gli AC/DC sono “ready to rock” e continuano per la loro strada.
Per ora accontentiamoci di un bel disco e del tour che ne seguirà. Il futuro, come diceva Joe Strummer, “is unwritten”.
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