«SONIC HIGHWAYS - Foo Fighters» la recensione di Rockol

Foo Fighters - SONIC HIGHWAYS - la recensione

Recensione del 11 nov 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Come sposti più in alto l’asticella, dopo che hai fatto parte della più importante rock band degli ultimi 25 anni e poi ne hai messa in piedi un’altra che riempie gli stadi, ha credibilità da vendere e non sbaglia mai una mossa? Fai un disco come “Sonic highways”.
Quasi te lo immagini, il band meeting in cui i Foo Fighterssi sono seduti ad un tavolo per decidere cosa fare per i loro 20 anni di carriera e per il loro ottavo disco. Grohl che dice “facciamo un disco sperimentale? Tanto nessuno ci può dire nulla” (facce perplesse degli altri membri). “Reincidiamo il nostro primo album?”. “Dave, ma sei scemo?” (Questa è successa davvero). “Ci sono: la cosa che mi ha divertito di più negli ultimi anni è “Sound city”. Perché non trasformiamo questo disco in un documentario? Ma non su uno studio di registrazione, sull’America tutta”.
E così è andata 8 canzoni, ognuna registrata in una città diversa, ognuna influenzata dalla storia musicale di quella città, ognuna con un ospite musicale di quella città, ognuna soggetto di una puntata di un documentario diretto dallo stesso Dave Grohl, andato in onda in america su HBO (in Italia andrà su Sky Arte a partire dal 12 novembre).
Una volta, quando andava di moda il “post-moderno”, si diceva che era l’epoca in cui non c’erano più le grandi narrazioni, i grandi racconti in grado di spiegare il mondo. Il post-moderno è passato di moda e si torna a raccontare in grande. Con “Sonic highways” i Foo Fighters hanno messo in piedi un racconto enorme, che vuole ripercorrrere la storia della musica americana, in unico luogo, una "Sound city" in cui rientrano tutte le sound cities, come sulla copertina del disco, che riunisce tutti i simboli metropolitani in un collage in cui al centro troneggia l'8/simbolo dell'infinito. Ambizioso, sì. L’asticella è lì, più in alto. Ma i Foo Fighters la saltano agilmente, e con stile.



Perché alla base di tutto ci sono le canzoni. Non è una colonna sonora, forse non è neanche un concept album. E’ una raccolta di ottimi brani, che rendono omaggio alle radici della musica, peraltro in maniera neanche troppo evidente: i legami tra luoghi e canzoni non sono certo didascalici.
I Foo Fighters riescono ad essere contemporaneamente ambiziosi e umili, senza peccare di presunzione mettendosi al livello dei loro eroi - cosa che potrebbe fare tranquillamente, anche perché molti dei gruppi citati nel documentario e coinvolti ne progetto sono apparentemente “minori”.
Alla fine, in queste otto canzoni, i Foo Fighters suonano come loro stessi e basta: “Congregation” è power pop della miglior specie, “The feast and the famine” è quel rock granitico perfetto per mandare in tilt un’arena o uno stadio. Poi, certo, giocano con i riferimenti sonori (la jam californiana di “Outside”, i fiati di “In the clear”, che fanno suonare i FF come la ultima E Street Band). E giocano pure con la forma canzone, permettendosi deviazioni dalla struttura classica (la cavalcata di “Something from nothing”, la suite finale di “Subterranean” e “I am a river”). Ma la sensazione generale è che si divertano sempre, che non intellettualizzino mai, e abbiano sempre ben presente l'obbiettivo: divertire se stessi, ok, ma soprattutto l'ascoltatore.
“Sonic highways” è un grande, ambizioso racconto, dicevamo. Ma anche il racconto musicale più grande si sgonfia, se non ci sono le canzoni. E questo, prima di tutto, un signor disco di rock.
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