«HESITANT ALIEN - Gerard Way» la recensione di Rockol

Gerard Way - HESITANT ALIEN - la recensione

Recensione del 10 ott 2014 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Messa da parte l'esperienza come frontman dei My Chemical Romance, che aveva contribuito a fondare nel 2001 insieme al batterista Matt Pellissier, Gerard Way riparte dal suo primo album solista: "Hesitant alien". Il disco, a detta dello stesso Way, vede il trentasettenne cantautore ritornare alle proprie origini musicali, alle sonorità dei gruppi e degli artisti dai quali era solito trarre ispirazione durante l'adolescenza, prima della fondazione dei My Chemical Romance (il cui scioglimento è stato definito dal cantautore come "la fine di un incantesimo durato tredici anni ed il conseguente ritorno a ciò che c'era prima").
L'album è stato prodotto dall'ingegnere del suono Doug McKean, già al fianco dei My Chemical Romance per "The black parade" (il terzo album da studio della band, consegnato al mercato nell'ottobre del 2006) e per "Danger days: The true lives of the fabulous killjoys" (datato novembre 2010) e mixato da Tchad Blake (pluripremiato produttore che, nel corso della sua carriera, ha avuto modo di lavorare al fianco di musicisti quali, solo per citarne alcuni, Elvis Costello, Peter Gabriel, Pearl Jam e The Black Keys); le sue lavorazioni si sono tenute tra il vecchio studio in cui i My Chemical Romance incidevano i loro dischi, il Lightning Sound Studio di Rob Cavallo a Hidden Hills (in California), e il Sonic Ranch di Tornillo (in Texas). McKean e Blake sono tuttavia solamente la punta dell'iceberg del vasto team di musicisti e produttori convocati da Gerard Way per questa sua prima prova solista (della quale ha ricoperto pure il ruolo di direttore artistico), per lo più provenienti dalla scena hardcore statunitense: tra questi anche l'ex membro della band hardcore dei Death by Stereo Ian Fowles, il percussionista Jarrod Alexander (già alla batteria per i Suicide File, gli A Static Lullaby e gli stessi My Chemical Romance), il tastierista Jamie Muhoberac e Mikey Way (fratello di Gerard, già al suo fianco nei My Chemical Romance).





Ne consegue un album che vede Gerard Way prendere le mosse dal sound tipico dei My Chemical Romance, quel mix tra alternative rock, post-hardcore e pop punk, e portare quelle sonorità alle loro estreme conseguenze, ad un rock decisamente più tagliente, più aggressivo. In primo piano, negli arrangiamenti dei brani che compongono la tracklist di "Hesistant alien" ci sono le chitarre, graffianti ed incisive; dunque il basso potente di Matt Gorney (Gerard Way lo suona in "The bureau" e "No shows"); infine, la batteria decisa e precisa di Jarrod Alexander, che detta i ritmi e i tempi giusti. Elementi, questi, che ritroviamo in gran parte dei brani contenuti all'interno della prima prova discografica solista dell'ex frontman dei My Chemical Romance, da "The bureau" a "Juarez", da "Brother" a "Zero zero". Nell'introduzione di questa recensione parlavamo del desiderio di Gerard Way di ritornare a trarre ispirazione dai gruppi musicali che hanno segnato la sua formazione musicale: non bisogna dunque sorprendersi se l'ascolto di "Hesitant alien" rivela influenze dello shoegaze (che nel disco si riconoscono soprattutto nell'uso marcato di effetti per la chitarra) o del britpop (le quali si avvertono nel tentativo, di Way, di riproporre melodie tipicamente anni '60 - un esempio, in "Hesitant alien" è rappresentato dal brano "Millions"), sonorità tipiche di band quali i Suede, i Pulp e i Blur ("Zero zero", come ha raccontato Gerard Way, è nata da un tentativo di emulazione di "Song 2" di Damon Albarn e soci). Influenze, queste, che si ritrovano anche nei contenuti dei testi, i quali parlano per lo più di lotte e della voglia di trovare qualcosa di nuovo nel mondano, tutti molto vicini alle liriche di artisti di punta della scena britpop quali Jarvis Cocker o il frontman dei Pixies Frank Black, da sempre attenti al tema politico e alla lotta tra individuo e società.
Alla luce di tutto ciò, "Hesitant alien" è un disco ben riuscito, che riesce a mettere bene in luce il talento e l'estro di Gerard Way; e al cantautore di Summit va, oltre al merito di aver dato alla luce un disco di qualità, anche quello di averci messo la faccia in questo progetto, gestendone ogni fase produttiva, e di averci creduto dall'inizio alla fine.
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