«V - Maroon 5» la recensione di Rockol

Maroon 5 - V - la recensione

Recensione del 12 set 2014 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Piccoli cenni alla storia recente, prima di tutto.
Nel 2012 esce “Overexposed”, il quarto album dei Maroon 5. Anche se “Moves like Jagger”, la hit che li ha resi delle celebrità per mare per cielo e per terra, appartiene al disco precedente è con quel fortunato quarto disco che la band si afferma definitivamente.
Un dato rende molto bene l’idea di quanto i ragazzi si siano imposti: nel momento in cui ‘Daylight’ (il terzo singolo di “Overexposed”) raggiunse la posizione numero uno nella classifica statunitense divennero il gruppo con il maggior numero di canzoni in cima alla classifica degli ultimi 20 anni.
Nel 2013 i Maroon 5 sono in tour per promuovere e monetizzare il successo dell’album. Il loro girovagare non fu vano. L’uomo preposto a tenere i conti fa sapere che rastrellarono oltre 50 milioni di dollari in biglietti e il loro fu uno dei tour di maggior successo dello scorso anno.
A questo punto ci si potrebbe attendere un attimo di pausa per riposare e godere dei sugosi frutti del sudore della fronte e, invece, tocca riportare che la band non si è affatto fatta tentare dal dolce far niente, non si è seduta sugli allori e non si è regalata un periodo di gozzoviglia. Al contrario: si è messa di buzzo buono, ha riaperto la sala di incisione, ha messo insieme un mazzetto di canzoni e ha pensato bene di regalarle al mercato sotto forma di disco. Et voilà, “V”. Nessun recondito significato, è solo che sono giunti al loro quinto album.





Lo schema è il medesimo dei precedenti album: scrivere un paio di superhit (se poi ne vengono fuori tre/quattro anche meglio, mai essere parchi) e conquistare le classifiche. E’ il semplice schema che tutte le band del mondo vorrebbero seguire. Con un doveroso distinguo, tra i Maroon 5 e le altre band: il loro schema non rimane su carta e con il conforto del pubblico poi in vetta alle charts ci volano veramente.
‘Maps’, il primo singolo non ha avuto problemi a ritagliarsi uno spazio considerevole nelle programmazioni radiofoniche. E siamo arcisicuri che non appena vorranno lanciare il secondo (‘Animals’?) e poi il terzo singolo, il risultato finale sarà il medesimo.
Solo lo portassimo, sarebbe da togliersi il cappello davanti ad Adam Levine e ai suoi amici. Di fatto non hanno nella manica l’intellighenzia della critica musicale (e probabilmente se ne saranno fatti da tempo una ragione e gliene fregherà qualcosa meno di zero) ma sanno alla perfezione come comporre la canzone che una larghissima fetta di pubblico vuole ascoltare di questi tempi. Hanno il talento e la capacità di proporre canzoni che in un qualche modo contengono quel che di già sentito e digerito dall’audience facendole però apparire – ed è quello il tocco magico – come fossero delle piccole novità. Che peschino dagli anni ottanta o dalla musica nera. Che spingano sull’acceleratore della dance oppure si perdano nella ballata, si ha sempre l’idea e l’impressione che tutto sia assolutamente sotto controllo e che l’intrattenimento sia garantito.
A condire il tutto la particolare voce (e la presenza, quando si usufruisca di streaming, canali televisivi o fotogallery) del novello sposo Adam Levine.
Le dieci canzoni dell’album hanno una loro benefica omogeneità. Anzi le nove canzoni, perché a chiudere l’ascolto di “V” è chiamata ‘My heart is open’, un duetto senza infamia e senza lode (ma anche senza sapidità e originalità) per piano e voce in cui Adam Levine è affiancato nella sua pena d’amore da Gwen Stefani.
Null’altro da aggiungere, il prodotto funziona. Negoziante e cliente sono reciprocamente soddisfatti, e allora, per una volta, non è il caso di perdersi in cavilli del tutto superflui.
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