«SLOW PHASER - Nicole Atkins» la recensione di Rockol

Nicole Atkins - SLOW PHASER - la recensione

Recensione del 23 mag 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Voleva fare "musica che nessuno aveva mai sentito prima, nemmeno io", Nicole Atkins . E per sviluppare il filo narrativo del suo nuovo disco "Slow phaser" si è ispirata nientemeno che alle allucinate allegorie di "El topo", il film di Alejandro Jodorowski che tanto sconcertò e fece discutere nelle sale cinematografiche d'essai dei primi anni Settanta. Premesse curiose, altisonanti e pericolosissime: eppure la cantautrice trentacinquenne del New Jersey, cresciuta tra le strade e i boardwalk di Neptune City e Asbury Park, colpisce nel segno con il disco più avventuroso e probabilmente più riuscito della sua centellinata produzione. Ci è arrivata con un percorso tortuoso e tutt'altro che facile: un primo disco per la major Columbia, sette anni fa (e tante interviste, recensioni, apparizioni tv, attenzioni da parte dei media..), un secondo album passato quasi inosservato, la decisione di fare tutto da sé invocando l'aiuto dei fan attraverso la piattaforma di crowdfunding PledgeMusic utilizzata per finanziare questo terzo capitolo.

Quasi un ritorno alle origini, perché al banco di regia siede di nuovo quel Tore Johansson (Cardigans, Franz Ferdinand) che aveva prodotto "Neptune City" e che l'ha ospitata a casa sua in Svezia mentre in New Jersey infuriava l'uragano Sandy. Ma è solo una notazione di superficie, perché qui le sonorità vintage e orchestrali ispirate ai suoi eroi di gioventù ( Phil Spector , Roy Orbison ) sono sostituite da un nuovo "muro del suono" tutt'altro che monofonico e anzi multistrato. L'eccesso, la grandeur, il superamento del senso della misura sono dietro l'angolo ma è un rischio calcolato che i due corrono restando sempre sul filo e riempiendo la loro musica di idee divertenti, stimolanti e originali.

Con Tore al basso, Lars-Olaf Johansson dei Cardigans alla chitarra, un batterista americano (Sam Bey), il tastierista Martin Gjerstad e Jim Sclavunos dei Bad Seeds ingaggiato come coautore in tre brani, la Atkins si dimostra a suo agio sfoderando una sicurezza impressionante, oltre a quella voce felina, grintosa e di grande estensione che avevamo già imparato ad apprezzare. Mentre tante colleghe si fissano il ventre o i piedi giocando su un introverso intimismo a volte di maniera, lei è espansiva, energetica, vulcanica, a volte debordante. Tra i ritmi pulsanti e le chitarre twang di "Who killed the moonlight", così come nel disco-pop contagioso di "Girl you look amazing", è facile scambiarla per una Chrissie Hynde più noir, altrettanto sexy e persino più mordace, a suo pieno agio tra guizzanti bagliori di palle a specchio, sciabolate elettriche e assoli di synth. Sono i "ganci" più immediati della prima parte del disco, la più pop e luccicante, che offre anche la teatralità da musical e le suadenti aperture melodiche di "It's only chemistry" e una "Cool people" che strizza l'occhiolino al techno-pop danzereccio canzonando gli hipster e i loro tic (sentendola in radio, si potrebbe anche scambiare Nicole per qualche divetta pop del momento).

Poi il disco cambia gradualmente tono e atmosfere: nella parte centrale della parabola, quella che documenta la perdita di se stessi prima dell'accettazione e della catarsi, si insinuano nelle orecchie i ritmi sguscianti e fluttuanti di "We wait too long", il fragoroso coro maschile in coda alla avvolgente "Red ropes", i vorticosi riff quasi prog di "What do you know" e le oniriche vertigini di "Gasoline bride", ambiziosi e affascinanti esempi di pop baroque che mettono in pratica l'intenzione dichiarata di creare "melodie complesse per poi incastrarle come tessere di un puzzle", assegnando il giusto peso a ogni dettaglio (e nell'uso sapiente dell'elettronica e delle atmosfere dark vengono in mente a tratti personaggi come Stan Ridgway e Matt Johnson alias The The).

"The worst hangover" (forse la più bella di tutte) è quasi una rock opera in miniatura che gradualmente rallenta i giri e si spegne sulla parola "I'm dying" e l'invocazione di aiuto al telefonista del 911, mentre nel trittico finale il registro cambia ancora e le cose si fanno decisamente più semplici: l'irriverente, ritmato e irresistibile folk pop di "Sin song" potrebbe essere opera di Amanda Palmer , "Abose as below" è una sognante ballata senza gravità appoggiata su soffici nuvole sonore e cori che rammentano gli XTC forse più che i Beach Boys e "As country was" è una piccola cantilena da falò con un ritornello divertente appoggiato su uno scarno tappeto di banjo e chitarra ("I don't know what country is, but I know what country was", con il suo doppio senso). A ricordare che tra le doti della Atkins ci sono anche la leggerezza e un robusto senso dello humour, salutari contrappesi per chi ce la mette tutta a creare qualcosa di nuovo sotto le stelle.
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