«ST. VINCENT - St. Vincent» la recensione di Rockol

St. Vincent - ST. VINCENT - la recensione

Recensione del 01 mar 2014 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sono dell’idea che Annie fosse già parecchio brava prima del suo incontro con David Byrne. Lo dico perché arrivati dove siamo, sembra che la sua carriera debba essere per forza divisa in due. Il pre “Love this giant”: tre album a nome St. Vincent, la collaborazione con Beck, Bon Iver e i Poliphonic Spree, la vita da “comune” artista pop. E il post “Love this giant”: Annie Clarke è una artista formata, con i capelli grigi per scelta tecnica, con le idee ben chiare e un modo di fare pop così sofisticato e… bello; un perfetto songwriting ricco di influenze, una su tutte quella di Byrne.

“Love this giant” è un album splendido, che Annie Clarke e David Byrne hanno scritto, in sostanza, via mail. Non si sono quasi neanche visti, se non per provare e registrare. Il tour, quello sì, probabilmente ha inciso in qualche modo sulla nascita del nuovo album targato St. Vincent, ma più che nel suono credo abbia inciso nel concetto. “St. Vincent” è il nuovo album di St. Vincent, un’artista pop magnifica che già nei precedenti “Strange mercy”, “Actor” e “Merry me” aveva messo in luce un talento cristallino e un amore particolare per la sperimentazione, unito alla capacità di far sembrare semplici cose ben più complesse (come ad esempio scrivere un concept album; perché “Actor” è un concept album). Vederla dal vivo ha poi confermato tutte queste mie sensazioni; ricordo la data al Tunnel di Milano: lei, sul palco, a spiccare con quei suoni così sghembi e davvero allucinati. Ecco, quel concerto è stato un piccolo viaggio allucinante. Non stupisce che il disco che St. Vincent non a caso ha scelto di intitolare “St. Vincent” sia un viaggio altrettanto allucinante. Un viaggio nel pop perfetto di un’artista che non ha mai nascosto il suo amore per i Talking Heads, una band che faceva pop come quasi nessun altro, e, gente come Sufjan Stevens, tanto per dirne uno. “St. Vincent” però è il nuovo album di Annie Clarke e di nessun altro; omonimo perché lei in studio e sul palco si fa chiamare St. Vincent e perché era ora di mettere in chiaro le cose: “Questa, finalmente, sono io e solo io”.
Negli undici pezzi in scaletta si respira dunque aria di grande continuità (“St. Vincent” è il successore in linea diretta di “Strange mercy”) e, allo stesso tempo, c’è ricerca, evoluzione. E’ quasi lampante il lavoro fatto da John Congleton (l’uomo chiamato a dare coerenza all'opera di St. Vincent) sui suoni, più profondi e combinati con estrema cura, alla ricerca di una precisa sintesi stilistica (portata avanti in parallelo anche dal punto di vista visivo, basta dare un’occhiata al bel video di “Digital witness” per farsi un’idea più precisa). Annie e John, in altre parole, hanno lavorato in sottrazione per raffinare undici pezzi pop e portarli allo stato puro. Il risultato è un disco quasi perfetto, un disco che ha davvero tutto al posto giusto: melodia, fascino, follia (a me leggere nelle interviste che l’intenzione era cercare di scrivere “… a party record you could play at a funeral” fa davvero impazzire), presa immediata e capacità di lasciare addosso la traccia, quel piacevole appiccicume tipico del pop a regola d’arte. Le mie preferenze, nello specifico vanno a un pugno di pezzi in particolare: la già citata “Digital witness”, uno dei singoli più belli e interessanti che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi, e “I prefer your love”, ballata stile Madonna (!), di grande raffinatezza dove il pop si copre di uno strato sintetico volto a mettere in risalto la delicatezza del gospel interpretato dalla Clarke; e ancora: “Bring me your love”, dove la Clarke torna a dar fuori di matto alla vecchia maniera (questa la aspetto dal vivo e già non vedo l’ora), così come l’incalzante “Birth in reverse” o la parentesi lisergica “Regrets”.

La verità è che i pezzi di “St. Vincent” sono tutti belli; “St. Vincent” è un disco molto, molto bello. Un disco come non si sentiva da parecchio tempo. Non è una sorpresa, perché Annie Clarke non la scopriamo certo oggi. La cosa veramente interessante, ora, sarà scoprire dove arriverà domani: io di St. Vincent mi fido ciecamente.
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