«TO LIVE ALONE IN THAT LONG SUMMER - Barzin» la recensione di Rockol

Barzin - TO LIVE ALONE IN THAT LONG SUMMER - la recensione

Recensione del 03 mar 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Pieno, e vuoto. Frastuono, e silenzio. Epica, e minimalismo. C’è chi fa musica riempiendo ogni spazio possibile, con potenza; e c’è chi costruisce musica lasciando gli spazi vuoti, riempiendo solo lo stretto necessario. C’è chi riesce a giocare in mezzo tra queste due filosofie opposte - non ce n’è una migliore dell’altra. Però quando trovi qualcuno che alla potenza musicale unisce la precisione, o qualcuno che riesce a spostarti toccandoti appena con una nota…
Barzin appartiene alla seconda categoria. Chiamatelo minimalista, se volete. Ma il bello è che la sua potenza non è fragorosa, ma fatta di pochi tocchi, messi esattamente lì dove devono stare.
Canadese, di origini iraniane, “To live alone in that long summer” è il suo quarto disco, stampato in e distribuito in Italia dalla Ghost Records. E’ caldo come l’estate che rappresenta in copertina, con un solo colore che rappresenta l’afa che nasconde la città. Dietro poche note si nasconde un mondo: l’attacco, per esempio: un arpeggio di chitarra, una batteria fatta quasi solo di spazzole, su cui poi entrano sommessi basso e archi - poi la voce. Calda, poche parole: “All summer your loved burned alone Did you learn to love this world?”. E’ una voce che lascia letteralmente quegli spazi, che racconta stati emozionali non solo con le parole, ma con quello che non c’è. E ti conquista in un attimo.
Siamo dalle parti di quel Mark Kozelek di cui vi parlavamo tempo fa: non a caso, aprirà una sua data italiana il prossimo aprile. Musica intensa, iper-emozionale, anche in “Fake it til you make it”, dove è il piano a dominare, o in “You were made for all of this” con i fiati e sembra che gli spazi siano un po’ più pieni - ricorda il Joe Henry dei momenti migliori.
E’ un disco di cui innamorarsi al volo, questo - dove non c’è una nota di troppo e una nota fuori posto. In tempi di massimalismo spesso inutile, questo album è una boccata di ossigeno.
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