«WHERE YOU STAND - Travis» la recensione di Rockol

Travis - WHERE YOU STAND - la recensione

Recensione del 30 ago 2013 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Non ho mai ben capito per quale motivo i Travis siano bistrattati da molti. Nessuno parla mai di loro, per il loro nuovo disco non c’è stata - da quel che ho percepito - nessun tipo di aspettativa, nessun hashtag dedicato a loro che abbia fatto il giro della Rete, nessuna mail, nessun comunicato stampa… ‘gnente. Di live in Italia neanche l’ombra, forse perché i pochi che hanno fatto (ne ricordo uno al Rolling Stone nel lontano 2000) non hanno mai attirato molta gente. Peccato, perché quando siamo andati al Tunnel di Milano a vedere il leader della band scozzese, Fran Healy, per la presentazione del suo album solista "Wreckorder" be’, abbiamo assistito ad uno show da capogiro, autentico, divertente, indimenticabile...
Adesso, la band che è diventata famosa con singoli di tutto rispetto come “Why does it always rain on me?” e “Sing”, ritorna a cinque anni di distanza dal precedente - e commovente - “Ode to J Smith” e che ci crediate o meno, la ricomparsata sotto i riflettori è una delle cose più belle che potessero capitare in questo 2013. Sono lontani i tempi del loro primo disco “Good feeling” dove miscelavano i migliori Blur e con i peggiori Bright Eyes, così come sono distanti gli anni di “The boy with no name”, il disco forse meno influente della loro carriera (ricordate il singolo “Closer” con il video con Ben Stiller?). Ma torniamo al presente, al motivo per cui siamo qui riuniti: Il nuovo album dei Travis è un disco bellissimo, e forse non ce lo aspettavamo così bello. “Where you stand” è eterogeneo, composto da undici brani diversi tra loro per intenzione musicale, undici differenti episodi sonori che potrebbero essere dei veri e propri singoli, uno separato dall’altro. E’ un disco che si può ascoltare dall’inizio alla fine continuando a sorprendersi di canzone in canzone, lasciandosi meravigliare - una volta superata la sensazione apparente che Fran più invecchia più canta come Bono Vox - dalla maturità vocale e strumentale dei brani che a loro volta racchiudono la vera essenza dei Travis: mutare rimanendo fedeli alle proprie radici musicali, cambiare sì, ma senza disturbare nessuno, gioire nell’aver trovato una nuova dimensione stilistica e condividerlo attraverso un album così.



“Where you stand” appare comunque sin dai primi ascolti un album compatto, dove le canzoni si riversano l’una dentro l’altra accompagnando l’ascoltatore in un viaggio mistico. C’è molto dei Travis ma non solo: “Mother” ha un sapore springsteeniano e la title track strizza l’occhio ad un repertorio anni Ottanta salvo per la delicatezza e la bellezza del ritornello. “Moving”, scelta come singolo, è corale e dilatata, immediata e radiofonica come i molti singoli che hanno caratterizzato la carriera della band. L’illuminata “Warning sign”, insieme all’ipnotica “Reminder”, si differenzia per intro e arrangiamenti, è suggestiva ed incalzante senza seguire uno schema ben preciso, e si aggiudica a mani basse il premio “Canzone dell’album”. “Another guy” (che ricorda alcune produzioni di Thom Yorke, e questo vuole essere un complimento) porta ad un giro di boa magnifico: da qui in poi è tutto in discesa grazie ad inserti di elettronica che si sposano perfettamente con il timbro inconfondibile dei Travis (“A different room” su tutte), atmosfere trip hop (come “New shoes” e la bellissima “Boxes”, altra punta di diamante del disco) che danno profondità ai brani senza appesantirli, canzoncine pop rock poco pretenziose (“Oh my wall”, che sarebbe stata bene in una qualsiasi puntata di Dawson's Creek, ma pazienza) e ballad acustiche e solitarie (“The big screen”).
In conclusione, il disco dei Travis non è album che stravolgerà la scena musicale internazionale, ma in questo periodo di cloni mi basta sapere che “Where you stand” è un disco rassicurante in grado di far passare quaranta minuti in compagnia di ottima musica. Sapevatelo.
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