«ANOTHER LIFE - James Maddock» la recensione di Rockol

James Maddock - ANOTHER LIFE - la recensione

Recensione del 29 lug 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

C'è aria di casa nel nuovo disco di James Maddock , l'Englishman in New York che come pochi altri sa cantare le albe sulla Avenue C ma che oggi si volta indietro a ricordare le brume del suo Leicestershire. Sarà quella brezza nordica ad avergli ispirato le arie folk di "That's heavy" e "Making memories", violino celtico e piglio alla Waterboys (mica per niente Mike Scott è un amico e collaboratore), ma sia chiaro: il più americano dei cantautori inglesi non s'è disamorato degli States, e anzi ora viaggia per tutto il Big Country alla ricerca di altre storie da raccontare ("Arizona girl"). La sua, di storia, è nota, almeno a chi gli si è già affezionato (e in Italia ormai è di casa): originario delle fuliginose East Midlands e transfuga a New York per amore, un disco con i Wood, la fine della storia sentimentale e un lunghissimo silenzio interrotto nel 2009 con "Sunrise on Avenue C", trampolino di lancio di una nuova carriera nel sottobosco cantautorale che ancora germoglia all'ombra dei locali del Greenwich Village. Un posto che sembra fatto apposta per lui e per la sua romantica poesia di strada figlia del cantautorato anni Settanta della Grande Mela e dintorni, il primo Springsteen, i Willie Nile e i Garland Jeffreys con cui oggi spesso si trova a incrociare le strade.

Tre anni fa il "Live at Redwood Music Hall", la sua tana, aveva infiammato i cuori degli orfani di quel suono intenso e passionale fatto di chitarre, pianoforte, ballate e rock'n'roll, di lirismo urbano e odi rauche e appassionate a strade, ragazze e automobili. Viceversa "Another life", finanziato con il crowdfunding su PledgeMusic e figlio diretto delle scorribande acustiche in coppia col chitarrista e mandolinista David Immergluck ( Counting Crows ), è come da lui stesso preannunciato il suo disco più delicato, introspettivo, in punta di piedi. Forse meno bello di altri, a tratti più monocorde o friabile (il reggae comunque gradevole di "Don't go lonely"), ma con un songwriting ancora una volta ispirato e quella bella voce rasposa, che in molti hanno paragonato a quella di Rod Stewart , capace di rendere credibile ogni piccolo racconto e qualunque palpito del cuore. La title track, subito in apertura, detta il tono a tutto il disco con i suoi lievi arpeggi acustici, il suo mandolino e il suo ritmo fluido e spedito. Strumenti e arrangiamenti elettrici, stavolta, sono usati con parsimonia (le eccezioni sono i soft rock di "I've been there too" e "Better on my own"), la fedele band che lo accompagna dal vivo - con eccezione del capitano, l'ottimo pianista Oli Rockberger - è lasciata a casa mentre a colorare d'acquarello gli sfondi ci pensano la produzione attenta del jazzman Matt Piersen e session men rodati guidati dal già luogotenente dylaniano Larry Campbell (che qui suona chitarra, mandolino, Resophonic, cetra e violino).





A volte Maddock non ha bisogno d'altro che della sua chitarra acustica, esibendosi in solitaria per "Strategies for life" e "If I had a son", un uomo maturo che si interroga su quel che avrebbe potuto o potrebbe essere nella realtà invece di sognare fughe cinematografiche e immaginare sogni a occhi aperti. Ed è in alcuni dei momenti più onirici - "Leicestershire mist" - e dolenti ("What have I done", con chitarre acustiche che a tratti evocano le atmosfere gallesi di "Led Zeppelin III") che Maddock riserva il meglio di un disco in cui non sente il bisogno di alzare il volume, di strizzare l'occhio, di indurre il battito del piede. Candido e poetico, "Another life" è un prodotto di amorevole artigianato, il frutto di un filone cantautorale di classe e bella ispirazione che prova coraggiosamente a resistere ai bombardamenti del mainstream, delle promozioni spinte, dei proclami roboanti. James, capelli arruffati, sguardo dolce e ironico, un talento naturale per la melodia bella e avvolgente, sembra deciso a fare di testa sua senza curarsi troppo di quel che accade attorno. Ha fatto una scelta di campo, ha trovato il suo codice stilistico e appartiene a una specie nobile, da preservare: sarebbe bello che questo album e i suoi coinvolgenti show dal vivo gli portassero qualche estimatore in più.
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