«MAY 1977 - Grateful Dead» la recensione di Rockol

Grateful Dead - MAY 1977 - la recensione

Recensione del 26 giu 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Come è possibile che una band scioltasi quasi 20 anni fa, inscidibilmente legata alla cultura degli anni ’60 e ’70, dia ancora lezioni di questo genere?
I Grateful Dead sono finiti con la morte di Jerry Garcia nel 1995. Ma non sono mai finiti: lo dimostra questa pubblicazione, l’ennesima di una gestione esemplare del rapporto con il proprio pubblico, di conservazione della memoria e di gestione del proprio archivio.
“May 1977” è un box di 14 (quattordici!) CD, venduto in confezione limitata di 15.000 copie a 140 dollari - al momento in cui scriviamo ne sono rimaste "solo" 2500, dopo poche settimane di messa in vendita. Un buon risultato, ma per dire: il mastodontico box dedicato al tour Europeo del ‘72 - ovvero 73 Cd a 450€ - andò esaurito in pochissimo tempo. Ma insomma, vi fa capire che c’è gente disposta ad acquistare qualsiasi cosa della band.
Tutto questo non capita per caso e non è semplice fanatismo. I prodotti con il marchio "Grateful Dead" sono sempre di altissima qualità musicale e non solo. Vengono comprati a scatola chiusa per un motivo. Tra la band, quel che rimane, e i suoi appassionati c'è un legame solido, che ha che fare con la controcultura californiana, ma anche con scelte industriali azzeccatissime e innovative ancora oggi. Per esempio, i Dead permettevano ai fan di registrare i concerti e tolleravano (anzi, incentivavano) la libera circolazione delle registrazioni di concerti. Dopo la morte di Garcia, questo sistema è stato capitalizzato sfruttando gli archivi con pubblicazioni rimasterizzate e curatissime di concerti. Si sa, i Dead vivevano sul palco, e in più di 2400 esibizione non hanno mai suonato lo stesso brano due volte alla stessa maniera.
Senza essere “Dead head”, i fan che maniacalmente seguivano ogni concerto e che ora collezionano ogni uscita, la band continua ad avere moltissimi motivi di interesse. Questo box, per esempio: registrato in quello che spesso è indicato come il periodo migliore della band. Comprende 5 concerti, tra l’11 e il 17 maggio 1977 (St Paul, 2 a Chicago, St. Louis, Toscaloosa). Non c’è quel concerto di qualche giorno prima, alla Cornell University l’8 maggio, che è considerato il migliore in assoluto della band - ma attenzione, i fan potrebbero portarvi in infinite discussioni sia sul periodo migliore che sul concerto miglior. Non c’è perché non è di proprietà della band (ma circola liberamente in ottima qualità, da soundboard: lo si può ascoltare qua). Nel box ci sono invece cinque stupende esibizioni, con molti classici in versioni altrettanto stupende - i fan duri e puri troveranno motivi di interesse a non finire, che non stiamo a raccontare per non tediarvi.
Ascoltando i cinque concerti si capisce perché i Dead di questo periodo sono considerati al loro picco: una band che ha sicurezza assoluta dei propri mezzi, che improvvisa con facilità ed eleganza, ma senza mai perdere coesione e senza neanche sembrare manieristica (come si potrebbe dire di alcuni momenti successivi). Una band che gioca con diversi generi, persino con la disco music di quel periodo. E che riesce ad integrare al meglio pure la voce femminile di Donna Jean Godcheaux (che sarebbe andata via un paio di anni dopo, e che in altri momenti della sua permanenza della band suonava quasi come un elemento estraneo).
Ci sono tante gemme, qua dentro. La mia preferita è la versione di “St. Stephen” (uno dei classici più classici) che sfocia in un beat alla Bo Diddley con “Iko Iko” e “Not fade away” per poi sciogliersi in "Sugar magnolia". Nessuno sapeva fondere le canzoni come i Dead, inventandosi transizioni ogni volta nuove: sentite una delle tre stupende versioni di "Scarlet begonias"/"Fire on the mountain" - altro classico dei classici nel catalogo dei Grateful Dead. O ancora le belle versioni di “Dancing in the streets”- o ancora un'eterea "Stella blue".
Un discorso a parte merita il superbo packaging, con libri foto e quant’altro. Il box è acquistabile anche in edizione digitale per un centinaio di euro, ma solo sul sito della band e non a singole tracce - questa è l’unica pecca dell’operazione - e comunque il packaging vale da solo il prezzo dell’acquisto.
Il fatto è che la lezione dei Dead non sarà mai imparata abbastanza: sarebbe bello vedere altri cataloghi gestiti allo stesso modo, e magari non da postumi. Lo stanno facendo i Phish, veri eredi dei Dead (leggetevi questo interessante articolo sull'economia che deriva dai loro concerti). Lo fa, un po', la Dave Matthews Band. Lo fanno le varie "jam bands". Molti fanno la scelta dei Pearl Jam, che anni fa introdussero la metodica pubblicazione di ogni concerto. Ma quella è più la logica del "souvenir" - se sei stato al concerto, te lo compri per averlo come ricordo. La lezione dei Grateful Dead è diversa, è quella della "curation": scegliere concerti memorabili e pubblicarli spiegandone l'importanza per tutti i fan, non solo per chi ci è stato.
La verità è che non sono molti gli artisti che potrebbero sopportare operazioni del genere: molti fanno concerti di alto livello ma sempre uguali, con esibizioni virtualmente indistinguibili l'una dall'altra. Quelli che invece potrebbero, quelli che hanno un archivio vario, ricco di concerti memorabili, gemme, versioni diverse della stessa canzone... Quelli come Springsteen, insomma, sono troppo dentro a logiche "corporate" da grande etichetta discografica per pubblicare metodicamente vecchi concerti. Fate mente locale e qualche altro nome vi verrà in mente.
Ma, discorsi industriali a parte: “May 1977” è un gran bel box. Forse non diretto all’ascoltatore medio - per il quale può bastare andare a farsi un giro su un servizio di streaming, dove è presente un catalogo enorme di registrazioni ufficiali dal vivo. Ma comunque una pubblicazione assolutamente degna di essere portata ad esempio, dal punto di vista musicale e di gestione di un marchio.

La tracklist del box è disponibile a questo indirizzo
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