YEEZUS

Universal (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Michele Boroni

E' piuttosto naturale che Kanye West risulti per molti un personaggio antipatico e insopportabile. Egocentrico, mitomane, poco incline ai compromessi e, come gran parte delle star dell'hip-hop, pure misogino, gradasso e che si prende dannatamente sul serio.
C'è però da dire che il rapper di Atlanta è forse l'unico nel suo genere (e uno dei pochi nel campo allargato del pop contemporanep) a realizzare dischi sempre differenti l'uno dall'altro.
Brevissimo riepilogo della sua carriera: dopo il felice esordio di “The College Dropout” arrivò nel 2005 “Late Registration”, forse il più importante tributo rap alla tradizione soul, seguito da “Graduation” dove West incontra l'elettronica e sposa una nuova sofisticata estetica per l'hip-hop (l'art del disco era curata da Takashi Murakami). Il 2008 è l'anno del controverso “808 & Heartbreak” dove abbandona il rap per la forma cantata tutto synth-pop-soul e autotune (dopo questo disco chiunque nella black music ha iniziato ad usare l'autotune). Dopo il capolavoro barocco e massimalista del 2010 “My beautiful dark twisted fantasy”, hip-hop opulento (di suoni, di marketing, di collaborazioni) e osannato dalla critica, arriva questo “Yeezus” che rovescia ancora una volta le carte in tavola.
I concetti chiave qui sono minimalismo, suono industrial oscuro e aggressivo, distacco dagli stereotipi hip-hop e sottrazione totale degli orpelli.
Via tutto, a partire dalla copertina. Che praticamente non c'è. Nessun artwork o collaborazione artistica di rilievo (in “Watch the throne”, il duetto multimilionario con Jay-Z, era stato coinvolto Riccardo Tisci, art director di Givenchy). Zero videoclip, nessuna particolare promozione e, per adesso, nessun singolo. Le collaborazioni prestigiose in realtà ci sono ancora (Daft Punk che hanno co-prodotto le prime quattro tracce, Rick Rubin che supervisiona il tutto e poi ancora Justin Vernon, Hudson Mohawke dei TNGHT, Frank Ocean, Kid Cudi etc..) ma non sono esplicitate nelle chilometriche featuring ormai consuete nei titoli dei rapper. Un altro elemento di distacco dal mondo hip-hop. Già, perché l'“umile” Kanye oggi si presenta come una sorta di Dio della musica a cui gli altri rapper prima o poi si dovranno ispirare per elevarsi.
Ma veniamo appunto alla musica. Le prime quattro tracce ci propongono un suono industrial ruvido e scarno, debitore della scena acid house (“On Sight”), denso di tribalismi che ricordano molto “Beautiful people” di Marilyn Manson (“Black Skinhead”), atmosfere cupe alla Nine Inch Nails e Aphex Twin (“I am a God” “New Slaves”), con inserti di suoni e voci che entrano ex abrupto e spezzano l’andamento atteso delle tracce.
Un vero pugno nello stomaco ma che con il crescere degli ascolti si fa sempre più potente e irresistibile.
Nella seconda parte torna a far capolino il soul, come in “Blood on the leaves” - forse il vero capolavoro di questo disco - dove il sample di “Strange Fruit” nella versione di Nina Simone si interseca con l'auto-tune distorto di West e il beat prepotente di R U Ready dei TNGHT di Hudson Mohawke (nome da tenere d'occhio per il futuro) o come nella conclusiva “Bound 2”, una sorta di ritorno alle origini all'hip-hop di West, tutto basato sul sample della hit dei Ponderosa Twins Plus One e l'ammiccante voce di Brenda Lee. Gli importanti ospiti giocano in tutto questo ruoli marginali: la voce di Frank Ocean (in “New Slaves”) serve solo ad introdurre un sample di una oscura band progressive ungherese (gli Omega), mentre quella di Justin Vernon fa solo da efficace contrappunto in un paio di tracce miscelato con temi dancehall.




Il flow di Kanye West enfatico e ossessivo è perfetto e funzionale, come pure le sue urla primordiali; lo stesso non si può dire dei testi che rappresentano il vero tallone d'Achille di questo disco.
Se West con "Yeezus" alza ancora una volta l'asticella e i confini dell'hip-hop, innovando e sperimentando, sulle liriche non riesce a fare lo stesso: qui impersona una sorta di un poco credibile nuovo Malcolm X in cui affronta vecchi e nuovi razzismi (confondendolo spesso con classismo) in modo piuttosto rozzo e infantile, confuso e contraddittorio con testi misogini e offensivi (“Put my fist in her like a civil rights sign” o “Eating Asian pussy, all I need was sweet and sour sauce» in “I’m in It”). Anche la scelta tematica dei sample sembra fatta senza un vero criterio: ad esempio “Strange Fruit”, canzone simbolo contro il linciaggio dei neri, viene utilizzata in “Blood on the Leaves” che tratta tematiche personali e di vita di coppia. Per non parlare poi delle farneticazioni autoreferenziali che in questo disco raggiungono vette insostenibili (“I am a God” su tutte). Ed è un peccato, perché la potenza dei suoni meritava senz'altro testi migliori.
Questo "Yeezus" di certo polarizzerà ancora di più le opinioni di pubblico e critica su Kanye West: i sostenitori della sua vena sperimentale e pioneristica lo ameranno ancora di più, mentre i detrattori del personaggio troveranno terreno fertile per sprezzanti critiche. Qui invece siamo già ansiosi e curiosi di sapere cosa ci riserverà per il prossimo lavoro.