«ONE TRUE VINE - Mavis Staples» la recensione di Rockol

Mavis Staples - ONE TRUE VINE - la recensione

Recensione del 19 giu 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

A settant'anni suonati Mavis Staples ha trovato un nuovo mentore, un motivatore, un amico. E una seconda casa: il Loft di Chicago, quartier generale dei Wilco e di Jeff Tweedy dove la leggenda della musica nera è tornata per incidere "One true vine" replicando il piccolo miracolo di "You are not alone" (2010), premiato da un Grammy e da riconoscimenti unanimi (non stratosferiche le vendite, invece: 60 mila copie negli Stati Uniti, secondo l'istituto di rilevazione SoundScan). Insieme, ama raccontarlo lei stessa, Jeff e Mavis scherzano, ridono, mangiano, cantano. I trent'anni di differenza, le esperienze di vita e musicali così diverse non intaccano la straordinaria complicità che tra loro si è innescata e che in questo disco trasuda quasi palpabile al tatto. Tweedy ha saputo costruire intorno alla Staples un nido confortevole, alimentandone anche stavolta lo smisurato talento con un mix di canzoni ben ponderato e azzeccato: brani scritti per l'occasione, traditional secolari entrati nel pubblico dominio, cover anni Settanta e qualche opportuno riciclo dalle sue produzioni recenti.

Il risultato è un "disco gospel per il Ventunesimo secolo", carico di confessioni, invocazioni al Signore e hallelujah. Con un fervore assorto e genuino che toccherà il cuore anche dei non credenti. E un rigore, una predilezione per i mezzi toni, uno sguardo introspettivo che non sconfessano l'esuberanza e la vocalità felina della Staples ma la mettono a confronto con l'età che avanza, con il suo percorso di maturazione, col tempo che scorre e l'insorgere di nuove e spesso scomode domande. L'album ha una struttura classica, molte delle canzoni sono costruite sull'architettura tipica della chiamata e risposta tra voce solista e coristi, ma è moderna e a suo modo radicale la scelta di arrangiare affidandosi a strumentazioni più che essenziali, le chitarre acustiche ed elettriche di Jeff (che suona anche molto altro), la batteria del figlio diciassettenne Spencer o i colori inusuali (per questo genere musicale) del clarino, della tromba bassa, del mellotron o del marxophone manipolati talvolta con soffi e tocchi quasi impercettibili. Al cospetto di Mavis, Tweedy ha l'accortezza di muoversi in punta di piedi; e il centro della scena è tutto per lei, per miss Staples e le sue intepretazioni mai così interiorizzate ("dark", ha scritto qualcuno), trattenute, intonate a un registro intimista che svela nella sua voce - dopo più di sessant'anni di carriera! - sfumature inusitate e commoventi.

La ormai affiatatissima coppia ha deciso anche stavolta di tenere un piede ben saldo nella tradizione e nelle radici, soprattutto nella seconda parte - quella più luminosa e rinfrancante - del disco: "What are they doing in heaven today", una "Sow good seeds" dal clima umido, sudista e quasi swamp blues (unica apparizione del fedele chitarrista e bandleader di Mavis, Rick Holmstrom) e una "Woke up this morning (With my mind on Jesus)" ariosa a ritmo rockabilly sono il punto di approdo, non solo la fonte primaria di ispirazione, di un percorso circolare introdotto da "Holy ghost", una preghiera sospesa nel tempo e nello spazio che l'autore Alan Sparhawk aveva già registrato con i suoi Low nell'ultimo disco ("The invisible way") prodotto proprio da Tweedy e che aggiorna il linguaggio della "musica di Dio" con un'espressività sofisticata figlia di altri tempi e di altri background ("nutre la mia passione per la trascendenza/trasforma la mia acqua in vino"). "I like the things about me", lato b degli Staple Singers nella fulgida gloria Stax anni Settanta, è l'immancabile omaggio a papà Pops ma anche il momento più rock e aggressivo della raccolta, pilotato da un basso distorto e incorniciato da un assolo "sporco" e saturo di chitarra elettrica che sarebbe piaciuto anche a Jack White, mentre ai primi anni Settanta guarda anche una ripresa - piuttosto simile all'originale, in verità - della "Can you get to that" dei Funkadelic di George Clinton, ritmo e groove controbilanciati in un gioco di yin e yang dalla ispirata "Far celestial shores" di un insospettabile Nick Lowe .





Ma poi è Tweedy a spostare l'ago della bilancia, ancora una volta, confezionando per Mavis tre solenni ed eleganti abiti su misura, tra i cupi rintocchi di chitarra di "Every step" ("ad ogni passo del cammino/ho trovato la grazia", canta Mavis con una voce che tradisce rughe e sofferenza più che giubilo), l'accoratezza di "Jesus wept" e l'epifania risolutiva di "One true vine", una outtake da "Sky blue sky" dei Wilco srotolata su un tappeto essenziale di chitarra, basso, piano e batteria. E' una canzone d'amore a interpretazione aperta, ma se a cantarla è la voce benedetta di Mavis, immensa artista "al servizio di Dio e della gente", non ci sono dubbi sull'universalità e la potenza trascendente di quel sentimento.
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