«DELTA MACHINE - Depeche Mode» la recensione di Rockol

Depeche Mode - DELTA MACHINE - la recensione

Recensione del 25 mar 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Blues elettronico per questi anni scuri. Se si volesse riassumere in una battuta quello che sono e quello che fanno oggi, i Depeche Mode, potrebbe andare bene questa. Forse.
Perché, certo, 6 parole non esauriranno mai la complessità di suono, di una band, tanto più se la band ha un suono e una storia unici come i Depeche Mode.
I DM ormai sono un’istituzione: hanno i loro modi e loro tempi - non brevi, dettati da chimiche interne ormai consolidate e stabilzzate, che devono permettere a Gore, Gahan e Fletch di ricaricarsi altrove prima di avviare la loro macchina gigantesca.
Come per tutte le istituzioni, il rischio dell’immobilismo e dello sfruttamento del vantaggio di posizione è dietro l'angolo. Ci si poteva aspettare il “solito” album dei Depeche Mode, insomma, quali erano “Playing the angel” e “Sounds of the universe”, alla fine: ottimi esercizi di stile.
“Delta machine” è molto di più, per la nostra gioia. E’ il miglior album del trittico recente (tutto prodotto con Ben Hiller), forse perché è quello che l’idea più forte alla base: riattualizzuare il suono della band, riscoprendone le origini più scure. I tanto sbandierati (dalla band) paragoni con “Songs of faith and devotion” e “Violator” sono giusti e fuorvianti allo stesso tempo. Non c’è nessuna “Walking in my shoes" o “Enjoy the silence” qua dentro, ma c’è un mix perfetto di suoni neri e chitarre bluesate sepolte in beat e ritmi sintetici.
Il Delta e la macchina.
“Heaven”, il primo singolo o “Slow” sono due ottimi esempi. “Broken” ha una struttura melodica tipicamente DM, così come l’apertura di “Soft touch/raw nerve”. Il finale con “Goodbye” sembra una “Personal jesus” rallentata fino a diventare un bluesaccio, con un giro di chitarra da Missisipi su cui si innestano sintetizzatori, e la voce sempre più calda e cupa di Gahan.



Si potrebbe andare citando ogni brano, ma alla fine ciò che colpisce di più è l’omogeneità sonora del disco, il suo impatto complessivo. Non è un mistero che i DM sappiano scrivere grandi canzoni, ma questa volta hanno dato il meglio, vestendole del loro vestito (nero) migliore. Non è un disco facile, “Delta machine”: ha pochi momento piacioni. Ma è un album che regge benissimo ascolti ripetuti, che riafferma un’identità e un suono unico, nel miglior modo possibile dopo 30 e passa anni di onorata carriera.
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