«FLUME - Flume» la recensione di Rockol

Flume - FLUME - la recensione

Recensione del 04 mar 2013 a cura di Michele Boroni

La recensione

Ci sono dei dischi che, pur appartenendo ad un genere ben specifico, magari anche di nicchia, contengono in sé i germi per una nuova mutazione della musica pop prossima ventura. Se questi dischi vengono giudicano con il metro di valutazione del genere a cui appartengono, magari possono risultare dei lavori di valore medio, modesto o, quantomeno, non particolarmente interessanti, ma guardandoli con occhio esterno si può intuire il valore reale ed esteso nel tempo del disco.
Secondo chi scrive ci sono dischi di genere come “808s & Heartbreak” di Kanye West nell'hip-hop, “Leftism” dei Letfield nell'elettronica e altri ancora che hanno profondamente influenzato il pop degli anni successivi.
Una cosa del genere secondo me accade anche per l'esordio omonimo di Flume. Dietro questo stage name si nasconde Harley Strenen, dj e producer di anni 21 che viene da Sidney. In Australia è già una celebrità: il suo primo ep e questo disco (uscito in Australia a novembre), grazie anche a un uso intelligente dei social network, sono arrivati primi nella classifica di iTunes, superando i classici nomi che furoreggiano nel global teen pop. E non è una cosa da poco, perché Flume non fa proprio musica pop.
La sua è un electro da laptop di matrice wonky (sottogenere di musica elettronica basato su ritmiche zoppicanti e parti di synth fuori tono e traballanti) ma decisamente figlia di questo tempo, quindi con dentro un sacco di influenze hip-hop, nu soul, dubstep e tanto pop plasticoso. Il risultato però è straordinario.
A partire dallo sbilenco beat electro reggae di “Sintra” all'irresistibile stoned gospel della successiva “Holdin'on”, dall'eleganza di “Sleepless” al nuovo beat hip-hop, evidente in “On top” e sottotraccia in “Change”.
In molti brani (vedi in “What you need”) viene da pensare al Moby di inizio 2000: ma mentre lì si sentiva che c'era una chiara strategia, poco coraggiosa e molto paracula, qui traspare ancora un certo candore e si capisce che l'eventuale tormentone piacione o certe soluzioni naive sono figlie del tessuto culturale del giovane Harley.
Il singolo Left Alone è un formidabile pezzo alt-pop, tutto costruito intorno all'espressiva voce del giovane australiano Chef Faker. In un brano come “More than you thought” Flume mette insieme il suono malato e wonky che deriva da certo trip hop della Mo Wax con i cori terzomondisti à la Sacred Spirit.




La produzione è ancora da cameretta e anche i featuring non sono con nomi altisonanti, però dentro ci sono idee e quel germe pop che potrebbe alzare l'asticella della musica da classifica. Per concludere e tornare a quel concetto da cui ero partito, vien da pensare a quel famoso libro di Malcolm Gladwell intitolato “The Tipping Point”, ovvero quel livello oltre il quale un cambiamento diventa inarrestabile. Ecco, volendolo applicare alla musica, questo Flume lo potremmo definire The Record Tipping Point e il giovane autore il connettore (sempre secondo la teoria di Gladwell) che favorisce l'epidemia di questo suono dopato.
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