«THE NEXT DAY - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - THE NEXT DAY - la recensione

Recensione del 01 mar 2013 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La notizia dell’anno, per una volta, non è la morte di un cantante, ma il ritorno in vita di un artista. E che ritorno.
Poche storie: “The next day” è il disco più inaspettato degli ultimi anni, l’album più atteso dell’anno e tale rimarrà anche se siamo solo a marzo. Davamo per morto David Bowie e invece “The next day” è l’opera migliore dell'ultima fase della carriera, dagli anni '90 in poi.
L’abbiamo ascoltato in anteprima - ma un ascolto è sufficiente per rendersi conto di quanto sopra. E potete ascoltarlo anche voi, in streaming su iTunes, da oggi.
E se siete tra quelli che hanno unito all’entusiasmo per “Where are we now?” un po’ di timore per quella fragilità sbandierata, per quella malinconia che sembravano confermare le voci sulla precaria salute di Bowie... Beh, state pronti a cambiare idea.
“The next day” è un disco dal solido cuore rock con molte, molte sfacettature. “Where are we now?” non è la canzone più rappresentativa dell’album - strana scelta per un singolo di ritorno dopo quasi 10 anni. Piuttosto pensate a “The stars (are out tonight)”.



Un solido nucleo di canzoni rock, dritte ma mai banali: “The next day”, “Valentine’s day”, “Boss of me” e “You will set the world on fire” su tutte, con un enorme lavoro sulle chitarre (si sente la mano di Tony Visconti, produttore di fiducia), che rimandano al Bowie elettrico. E poi canzoni che variano sul tema del rock pop aggiungendo elementi come fiati (il blues waitsiano di “Dirty boys”), l’organo (“Love is lost”), gli archi (“Heat”). O riecheggiano altre fasi della carriera - i ritmi di “If you can see me” che ricordano il periodo drum ‘n’ bass di “Earthling”, la psichedelia pop di “I’d rather be high”, il pop geneticamente modificato di “”How does the grass grow”. Le ballate sono in minoranza: “You feel so lonely you could die” e la conclusiva e cupa “Heat”.
In mezzo riferimenti anche ironici e non troppo velati alla sua assenza e alle voci sulla sua malattia, nascosti dentro racconti in cui apparentemente Bowie non sta parlando di sé: “Here I am, not quite dying”, dice il ritornello in apertura di “The next day”. “Wave goodbye to life without pain”, dice “Love is lost” a metà album, per chiudersi con “And I tell myself I don’t know who I am” di “Heat”.
In realtà Bowie sa benissimo chi è, e “The next day” ce lo dimostra alla perfezione. Non è quello di “Heroes”, e la copertina ce lo ricorda, con quel gioco grafico (che continua pure sul retro, dove il retro dello storico album è cancellato da un altro quadrato bianco). Ma è un artista che ha coscienza del suo passato, non ne ha paura e sa guardare anche avanti. Sa scrivere ancora grandi canzoni (la firma sui brani è sempre la sua, tranne in due co-firmati con Gerry Leonard e uno con Jerry Lonard). Sa circondarsi dei giusti collaboratori (oltre a Visconti, il disco è stato inciso con Gail Ann Dorsey, Tony Levin, Zack Alford, tutti già in passato con lui).
Soprattutto, Bowie è un artista che sa trovare il suono giusto, mai scontato, sempre con la zampata di originalità che c’è in ogni canzone dell’album e come c’è quasi sempre stata nella sua carriera. Ma è una zampata che non ammazza mai il brano alla ricerca di effetti speciali, ma si pone al suo servizio.
“The next day” è l’esito di quella che potrebbe diventare nota come la “Cura Bowie” per un artista. Sparire dalle scene. Lasciar credere di essersi ritirati, rigenerandosi e ritrovando l’ispirazione. Tornare con un disco che riassume la carriera e riporta tutto a casa. Cura congliatissima per molti artisti iperprofolifici e ipoqualitativi. Con Bowie ha funzionato, eccome se ha funzionato. Il disco più atteso dell’anno, e l’attesa non deluderà nessuno.
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