«AWAYLAND - Villagers» la recensione di Rockol

Villagers - AWAYLAND - la recensione

Recensione del 04 feb 2013 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Era la primavera del 2010 quando i Villagers mi entrarono sottopelle con il loro debutto discografico. Dalla loro avevano, oltre a una manciata di buone canzoni, anche l’effetto sorpresa. Mi presero alla sprovvista in uno di quei tranquilli pomeriggi lavorativi quando si è ben disposti verso il mondo e si pensa che, tutto sommato, la valle di molta sofferenza e poche soddisfazioni in cui ci agitiamo qualche speranza ancora la può dare. Gli ascolti di "Becoming a jackal" si susseguirono in massiva sequenza tanto che andai veramente molto vicino alla trasformazione in jackal.
In questo inverno 2013 l’effetto sorpresa viene naturalmente meno. La seconda prova della band irlandese si merita senza dubbio il superlativo ‘attesissimo’ con il quale solitamente gli uffici stampa sponsorizzano qualsiasi ‘release’ devono propagandare. Le aspettative sono alte dopo un esordio travolgente di tale genere. Oneri ma soprattutto onori di chi ha la responsabilità di non dover deludere la fiducia a chi gliel’aveva accordata.
I fans della natia Irlanda questa fiducia l’hanno accordata a scatola ermetica spingendo immediatamente il disco alla posizione numero uno della classifica, ma è tutto il Regno Unito ad essere conquistato dalle note del nuovo “Awayland”.
Titolo e immagine di copertina superano bene il primo e più sommario degli esami. Il titolo è secco, evocativo quanto basta. L’immagine lo asseconda come meglio non potrebbe, un cucciolo d’uomo di spalle con lo sguardo puntato verso un qualcosa che è tutto e niente. Ma queste sono solo le suggestioni prima che la musica e le parole vengano a prendersi il proscenio e l’attenzione.
Forse proprio dalle parole si può partire per dare un giudizio su questo disco. Le parole, come diceva quel tale, sono importanti e Conor O’Brien le sa maneggiare al meglio ben sapendo quali scegliere e quali servono perché una canzone abbia quel quid in più. E’ con le parole che il leader dei Villagers scava un solco e marca la differenza con la maggior parte degli autori della sua generazione. Il mio consiglio - rivolto a quanti non lo facessero - è quello di fare un piccolo sforzo e di unire l’ascolto delle canzoni alla lettura dei testi.
Le parole popolano il mondo della band irlandese, ma non di meno la musica ed è curioso che il brano che ha lo stesso titolo dell’album, quello forse chiamato a rappresentarne l’essenza, sia strumentale: un dolce ed etereo arpeggio di chitarra, magari non eccelso ma intenso e cinematografico il giusto. La levità musicale (che non significa semplicità) è il tratto significativo di “My lighthouse” e “Grateful song”, “Earthly pleasure” è pop di buona fattura (e come già mi accadde per il disco d’esordio il pensiero corre a Chris Martin). “The bell” è incalzante quanto basta tanto quanto “In a newfound land you are free” è una delicata preghiera per piano e voce. Nella musicalmente allegra chiusa “Rhythm composer” archi e fiati hanno il sopravvento.
Gli undici capitoli di questo album al primo ascolto sembrano peccare della omogeneità necessaria e ciò potrebbe sembrare il principale limite ma è solo un’impressione. In realtà la trama tessuta dalla banda di Conor ha un filo invisibile ma resistente a tenere unite tutte le tessere dell’arazzo.
Al tirare delle somme, “Awayland” merita un mezzo punto in meno rispetto a “Becoming a jackal”, il che però non è da considerarsi un passo indietro o qualcosa di disprezzabile considerando il valore assoluto del primo disco. E’ un buon disco che ha il merito di mantenere la posizione e consolidare la reputazione della band e di rimandarci con immutata curiosità al prossimo capitolo di questa storia partita da Malahide, un piccolo paese dell’isola dei lepricorni.
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