«THREE CHORDS GOOD - Graham Parker» la recensione di Rockol

Graham Parker - THREE CHORDS GOOD - la recensione

Recensione del 08 gen 2013 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Un rocker di culto confinato ai margini del mercato afferra un'inattesa opportunità di rilancio. E' una sottotrama del film "Questi sono i 40" ("This is 40") di Judd Apatow, specialista affermato della neo commedia hollywoodiana ("40 anni vergine", "Molto incinta"), ma anche la storia vera del sessantaduenne Graham Parker che in quel film, nelle sale italiane a partire dal 27 aprile, interpreta se stesso. La chiamata di Apatow, fan della prima ora anche se di diciassette anni più giovane di lui, non è l'unico accadimento importante nella vita recente del londinese espatriato negli Usa dal momento che fa seguito alla reunion dei Rumour, la band storica sciolta nel 1980, e a un nuovo contratto discografico e di distribuzione (con Primary Wave e con la major EMI) per il disco uscito in concomitanza con la pellicola e con un documentario sulla sua carriera: quanto basta per riportare finalmente all'attenzione generale un musicista apprezzato dai colleghi (per lui Bruce Springsteen , corista su un brano di "The up escalator", ha sempre speso parole di grande ammirazione), meno versatile ma non meno talentuoso, almeno a inizio carriera, di Elvis Costello , sua nemesi e maledizione per una (relativa) somiglianza stilistica che certo non gli ha giovato anche se il suo esordio è antecedente a quello dell'autore di "Alison" e al debutto di Joe Jackson , terza punta di un tridente inventato dai media.

La storia di Parker è da manuale del music business: successo immediato di critica con il folgorante "Howlin' wind" (1976), riconoscimenti anche commerciali con l'Ep "The pink Parker" e con "Squeezing out sparks" (1979), collaborazioni con produttori di alto rango (Nick Lowe agli esordi - un altro tratto comune con Costello - e poi Mutt Lange, Jack Nitzsche, Jimmy Iovine) e peregrinazioni infinite tra grandi etichette (Vertigo/Mercury, RCA, Arista, Elektra) prima del passaggio al mondo indie e di uno slittamento progressivo alla periferia del sistema dopo altri bellissimi dischi (soprattutto "The Mona Lisa's sister", 1988) un libro (l'antologia di racconti brevi "Carp fishing on valium"), autoproduzioni e concerti spesso in solitaria per pagare il mutuo e sostenere la famiglia di base nella Hudson Valley newyorkese. Un tran tran relativamente tranquillo che "Three chords good" contribuisce in qualche modo a spezzare con rinfrancante freschezza ed energia. Parker, lo ha raccontato lui stesso a Mojo, aveva in testa un grido di battaglia per il nuovo album: autenticità. E ha tenuto fede alle premesse, impaginando con i suoi inossidabili vecchi compagni (Brinsley Schwarz e Martin Belmont alle chitarre, Bob Andrews alle tastiere, Andrew Bodnar al basso e Steve Goulding alla batteria) un disco che ricorda i vecchi tempi. Svelto, filante, movimentato, ben scritto e interpretato. A trentasei anni da "White honey", "Between you and me" e "Don't ask me questions" tiene sempre d'occhio le sue stelle polari, Dylan , Van Morrison , il soul, il rhythm and blues, il reggae dimostrando di non avere perso il tocco agile della scrittura né l'umore velenoso della penna, quando serve, come dimostra tra le cadenze in levare di "Snake oil capital of the world" e i riff implacabili di "Coathangers" (due stilettate all'American way of life). O la capacità di pennellare in pochi tratti un perfetto quadretto d'ambiente (la vecchia libreria di "Last bookstore in town", inadatta ai consumatori diseducati da Internet e megastore: gioiellino da fare invidia persino a Ray Davies) ).

Chitarre, pianoforte, un Hammond spesso protagonista, un kazoo da folk singer e una sezione ritmica di vecchia matrice pub rock imbastiscono belle canzoni da tre accordi a cui gli impeccabili e navigatissimi Rumour assicurano arrangiamenti essenziali, solidi e brillanti: più dylaniani che mai nella title track e in "Last bookstore in town", nostalgici in stile anni Cinquanta in "That moon was low" (con più di una citazione di "Blue moon"), elegantemente jazzy e blues in "Live in shadows" e in "Old soul", arrembanti e rockabilly in "A lie gets halfway 'round the world", mentre il bandleader si conferma un maestro della ballata dai toni amarognoli ("Arlington's busy", la più "costelliana" di tutte, ricorda le vittime americane del "fuoco amico") e mostra un quasi inedito lato sentimentale quando in "Long emotional ride" ammette di non essere più lo scrittore freddo e distaccato di una volta. Quel che ha perso in rabbia ed esuberanza giovanile Parker ha guadagnato in maturità, malinconico understatement e profondità: il calcolo algebrico non porta ai risultati di "Howlin' wind" e degli altri classici, ma neppure troppo distante. Cosicché - superato l'impatto con una copertina poco invitante - la reunion meno strombazzata del 2012 risulta, alla fine, una delle più sincere, benvenute e convincenti.



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