«SIGNED AND SEALED IN BLOOD - Dropkick Murphys» la recensione di Rockol

Dropkick Murphys - SIGNED AND SEALED IN BLOOD - la recensione

Recensione del 07 gen 2013 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Ci sono momenti in cui anche i lottatori più scatenati e rispettati sentono il bisogno di tirare un attimo il fiato, o meglio, di allentare la tensione, magari godendosi un confronto con un avversario troppo standard e destinato a divenire semplicemente una vittima sacrificale sull’altare del divertimento. Sono le occasioni in cui ci si concede un po’ di decompressione e – senza esagerare – anche il lusso di gigioneggiare, per mostrare il meglio del repertorio in scioltezza. Il risultato è, in media, una sfida divertente per i fan e gli spettatori, ma nulla più.
Ecco, più o meno, ciò che fanno i re del celtic punk di Quincy (Massachusetts), i Dropkick Murphys, con questo ottavo album in studio: dopo lo sforzo titanico di un concept epico come “Going out in style” (quello con il Boss come special guest in un brano, a suggello di uno status conquistato col sudore e il duro lavoro) la band si concede di allentare la tensione giocando una partita facile. Lo ha confermato il bassista Ken Casey a Billboard, spiegando che “Signed and sealed in blood” nasce “semplicemente con noi che ci divertiamo e suoniamo i nostri pezzi più orecchiabili e da cantare tutti assieme”.
C’è poco da aggiungere, dunque: questi sono i Dropkick Murphys che fanno festa nel modo che meglio riesce loro. Non hanno niente da dimostrare, per cui tutto fluisce in scioltezza, con un robusto folk iniettato di punk che rende obbligatori i cori singalong, i brindisi a base di pinte strabordanti di Guinness e il pogo sotto al palco.



“Signed and sealed in blood” è, dati i presupposti, un disco in cui la band non prende rischi, ma non per questo è un lavoro sotto media: anzi, i pezzi ci sono e alcuni sono senza dubbio destinati a divenire classici da live (vedi “The boys are back in town” e il singolone “Rose tattoo”). Nonostante questo, però, la sensazione di già sentito è palese in più di un’occasione, come se i sette di Quincy si abbandonassero a un gioco di auto-citazione forse un po’ troppo fine a se stesso, per non dire pericoloso a lungo andare – se divenisse un modus operandi che si ripete nel medio-lungo periodo.
Ma se lasciamo riposare il Grillo Parlante (e prendiamo atto del fatto che solo il tempo ci dirà dove i Dropkick Murphys si stanno dirigendo), quello che ci resta è una bella botta di 12 brani che profumano di birra, umanità sudata, Irlanda, nostalgia, esuberanza e divertimento. Si va dalla traccia quasi con tipologia da coro da stadio (la già citata “The boys are back in town”) al ballatone per cuori sbriciolati da marinare nel whiskey, passando per episodi di street punk tra Rancid e Bruisers (sono i pezzi più scontati e riempitivi) e persino una canzone di Natale amara e struggente; c’è anche una specie di nuova incarnazione di “I’m shipping up to Boston”, che si palesa in un brano intitolato “The prisoner’s song”.
I Dropkick Murphys vogliono essere gli AC/DC del celtic punk e, fino a ora, ci stanno riuscendo. Nel bene e nel male, ovviamente, a seconda dei punti di vista. Che lo spirito di San Patrizio li preservi, possibilmente mantenendoli ben idratati con ettolitri di ottime stout.
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