«CHILDHOOD'S END - Ulver» la recensione di Rockol

Ulver - CHILDHOOD'S END - la recensione

Recensione del 18 giu 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il Cappellaio Matto, un bel giorno, decise che aveva voglia di musica. Aveva sentito parlare di una cosa che laggiù, nel mondo normale, chiamavano "rock" ed era curioso... la musica e i sassi gli sembravano due concetti davvero distanti tra loro. Dopo molte settimane di ricerche a base di visioni e funghetti allucinogeni, seppe che avrebbe potuto andare solo da un gruppo: gli Ulver. Non li conosceva personalmente, ma il fiume colorato dell'Amanita Muscaria l'aveva indirizzato proprio lì. Bastò una visitina veloce, giusto il tempo di offrire un tè speciale (parecchio speciale) ai quattro Ulver, e poi si ritirò nel Paese delle Meraviglie in attesa di sentire cosa i suoi nuovi amici avrebbero sfornato.
Probabilmente non è questa la genesi di "Childhood's end", ma ci piace pensare che potrebbe essere andata così, complice la dimensione esoterica e onirica che i 16 brani dell'album evocano nitidamente. E, per farlo, gli ex black metaller Ulver ricorrono a un'operazione non inedita, ma di norma pericolosa quanto un intervento a cuore aperto da eseguire su una nave in balia delle onde e usando strumenti di fortuna: l'album di cover. Già, perché questo nono disco dei "lupi" norvegesi non contiene materiale originale della band, ma 16 pezzi provenienti dal periodo compreso tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta, tutti in qualche modo riconducibili al filone legato alla psichedelia (statunitense e inglese), ma anche in parte al freakbeat e al garage rock più scuro e allucinato. I nomi chiamati in causa e a cui "scippare" le canzoni sono di quelli da storia del rock: si va dai Pretty things ai Les fleur De Lys, passando per Byrds, Music Machine, Jeffreson Airplane, Chocolate Watchband, gli inarrivabili 13th Floor Elevators, i Troggs... capita l'antifona? Storia, allo stato puro, con tutte le implicazioni e le difficoltà che ne conseguono. Perché rendere giustizia a questa roba (peraltro gli Ulver non hanno scelto certo solo i pezzi più noti e famosi: sarebbe stato troppo semplice) è un'impresa durissima.
Ebbene, in questo caso tutto fila liscio, in maniera quasi imbarazzante; compresa la rilettura, la "ulverizzazione" (mai troppo spinta, però) dei brani. Per cui è un piacere riascoltare un classicone come "I had too much to dream last night" già ombroso di per sé, ma spennellato di malinconia e aria di minaccioso presagio dalla band norvegese. Così come i 13th Floor Elevators - tanto per fare un nome - vengono reinterpretati in modo peculiare, ma senza snaturarne lo spirito da psiconauti texani.
È interessante, poi, come per questo set di brani vintage gli Ulver abbiano ridotto al lumicino le suggestioni elettroniche che da qualche album li contraddistinguono, quasi a voler rendere un rispettoso omaggio alla tecnologia analogica di quarant'anni (e più) orsono. E la sorpresa è che gli Ulver funzionano a meraviglia anche spogliati dall'aura più moderna e sperimentale, abbracciando senza remore il modus operandi di band che suonavano quando loro forse nemmeno erano nati.
Se amate la psichedelia e se gli album di cover non vi fanno l'effetto di un croceficsso sulla pelle di vampiro, questo "Childhood's end" potrebbe diventare una presenza costante nel vostro lettore cd. Parola di Cappellaio Matto.

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