«MAKING MIRRORS - Gotye» la recensione di Rockol

Gotye - MAKING MIRRORS - la recensione

Recensione del 10 apr 2012

La recensione

Il classico one hit wonder nell'era dei social network? Il successo internazionale di Gotye , di "Somebody that I used to know" e del suo bellissimo video in stile body painting (un contagio virale, già visualizzato 50 milioni di volte su YouTube!) potrebbero sembrare l'esempio da manuale di un exploit meteorico determinato dagli umori volubili della community di Internet, dall'abilità e dalla fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto. Le cose non stanno proprio così, perché il trentenne Wouter "Wally" De Backer, belga trapiantato in Australia, è un musicista con solide basi, una star già acclamata nel continente sottosopra, un nome di culto in Inghilterra e negli Stati Uniti, un cocco dello star system internazionale che conta tra i suoi fan Drew Barrymore, Ashton Kutcher e Lily Allen. E perché questo suo terzo album, "Making mirrors", non è un contorno insipido al suo indiscutibile piatto forte, quella deliziosa filastrocca a due voci (l'altra appartiene alla neozelandese Kimbra) ritmata da corde pizzicate e xylofono che sta facendo sfracelli ovunque e ha generato i una cover irresistibile da parte dei canadesi Walk Off The Earth.
Per descrivere la sua vocalità spesso in falsetto e i suoi ampi orizzonti musicali si scomodano nomi come Sting e Peter Gabriel : tutto vero, anche se in alcuni episodi l'electro pop di Gotye ricorda piuttosto gli A-ha" o gli estinti Talk Talk di Mark Hollis, i Blue Nile di Paul Buchanan o il Matt Johnson alias The The in versione decisamente meno dark. Alto e basso, insomma, mescolati senza pregiudizi e con una discreta dose di furbizia da un piccolo alchimista che ama collezionare strumenti vintage e campionare vecchi vinili per forgiare sonorità inusuali, un batterista/polistrumentista che riserva grande attenzione alle progressioni ritmiche e alle architetture percussive ("Easy way out"), un giovane artista postmoderno con la pazienza di un certosino che lavorando con un MacBook Pro e vecchi nastri analogici da un quarto di pollice in un vecchio fienile convertito in studio di registrazione ha trasformato i suoni acustici e ancestrali dell'arpa cromatica e della sanza africana in tools virtuali manipolati al computer. il suo è un mix intrigante di tecnologia e di artigianato (a cominciare dalla copertina, che elabora in photoshop un dipinto del padre scovato in solaio) che in alcuni momenti del disco diventa stimolante e avventuroso: nel suo desiderio di incastrare "onde sonore tra fogli di vetro" Gotye si inventa un gioiellino di giochi a specchio e superfici riflettenti, con belle voci sovrapposte e un crescendo finale di percussioni tribali che richiamano certe pagine del "Soul mining" di The The ("Smoke and mirrors"), mentre il dub di "Don't worry, we'll be watching you" rimane immerso in una nebbiosa e misteriosa atmosfera da outback australiano.
"Making mirrors" è (quasi) tutto così, un disco multistrato, in cui "si resta assorbiti dai dettagli" (per una volta il comunicato stampa non esagera), divertente e intrigante da ascoltare perché in ogni pezzo si annida qualche sorpresa, qualche suono difficilmente intellegibile: l' exotica dei vecchi dischi di Leo Addeo campionata e alterata nell'eterea "Bronte", il sample di un enorme e primitivo strumento a corde registrato sul campo (il Winton Musical Fence che fornisce la linea di basso a "Eyes wide open") o la voce trattata elettronicamente e a intonazione variabile di "State of the art", un altro ibrido reggae/dub/lounge che miscela percussioni turche a un campione accelerato di corno tradizionale taiwanese, world music del XXI secolo concepita come un'ode allo strumento vintage preferito dal giovane apprendista stregone, un vecchio organo Lowrey Cotillon a valvole comprato per 100 dollari in un mercatino dell'usato. Intendiamoci: Gotye non è Gabriel e neppure Brian Eno, il suo terreno d'azione resta il pop e capita a volte che i vestiti confezionati con tanta cura risultino più interessanti del materiale di base, melodie e canzoni. Il suo è uno sperimentalismo sempre funzionale al mercato, come dimostrano il ritmo Motown di "I feel better" (esplicitamente ispirata a "Dancing in the street" di Martha & the Vandellas e al suo fragoroso suono di tamburello) e la vivacità contagiosa di "In your light", un motivo alla George Michael circondato da un caleidoscopio di suoni multicolori. Ma è questa curiosità giocosa la forza di Gotye, e la sua autosufficienza originale e creativa è un valore da preservare nella omologata scena musicale attuale. Non sembra una meteora, se fortuna, ispirazione e coraggio lo assisteranno i prossimi dischi saranno ancora meglio di questo.




(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.