«UTILITARIAN - Napalm Death» la recensione di Rockol

Napalm Death - UTILITARIAN - la recensione

Recensione del 05 mar 2012 a cura di Andrea Valentini

La recensione

"Io a scatola chiusa compro solo i Napalm Death è il caso di dire, parafrasando lo slogan che era il cavallo di battaglia di una nota marca di confetture e scatolame già nei Carosello del 1970. E per una band con 32 anni di grindcore e deathgrind sul groppone è praticamente un caso più unico che raro... eppure sembra proprio che - con le oscillazioni fisiologiche del caso - il combo di Birmingham non sappia cosa significhino le locuzioni "crisi di creatività" e "declino". A giustificare questo stato di grazia non vale neppure la teoria per cui essendo loro tra gli inventori del genere, è logico che lo cavalchino ancora con padronanza... basta pensare a band come i Metallica, che non imbroccano un disco veramente buono da qualcosa come 22 anni, pur restando icone intoccabili. Il punto è che, semplicemente, i Napalm Death hanno ancora l'energia e la forza di coinvolgere con il loro massacro sonoro e noi non possiamo che essergliene grati.
Il nuovo "Utilitarian", che arriva a tre anni di distanza dall'uscita precedente, è solido, compatto, conciso e spietato: un vero blitzkrieg da manuale, roba che il generale Von Klausewitz avrebbe sicuramente consigliato come colonna sonora motivazionale per i più duri scontri nei campi di battaglia prussiani. I 16 brani (18 nell'edizione cd deluxe) hanno una consistenza più che palpabile; anzi a essere precisi, dopo il brano di apertura dalle atmosfere cupe e ombrose, arriva una "Errors in the signal" che - sempre per restare in ambito di consistenza - è l'equivalente di un frontale tra un tir e un girello, vissuto ovviamente dal punto di vista del girellante.
La formula Napalm Death è rimasta invariata nella sua essenza più devastante, ma a donare una marcia in più a questo album sono la ritrovata concisione dei brani (pochi superano i tre minuti, e di poco) e la continua ricerca di soluzioni che, senza essere troppo invasive, rendono varia l'esperienza d'ascolto: una frazione d'atmosfera, un inserto di sax (c'è il mitico John Zorn come ospite, e scusate se è poco), una suggestione prog, un cantato non growl, una parte industrial... piccoli dettagli che fanno la differenza. Il loro è metal estremo del più intransigente, ma deliziosamente deviato, meticciato e ibridato con la consapevolezza folle di uno scienziato dal cervello deragliato.
I più smaliziati potranno obiettare che nei momenti più selvaggi i riff tendono a ripetersi o a richiamare quanto fatto dalla band in passato. Ebbene, è innegabile: una certa componente di auto-citazione c'è anche in "Utilitarian"; eppure il livello di impatto e di intensità è tale da far perdonare anche qualche piccolo peccato di riciclo - peraltro uno dei "crimini" da sempre in voga in ambito rock, in tutte le sue coloriture. Anzi, è encomiabile come un gruppo che oggettivamente non ha proprio più nulla da dimostrare - visti i meriti, le medaglie e gli onori conquistati sul campo - si metta ancora in discussione, alla ricerca di una formula che si distacchi dal tentativo di ripetere, come una fotocopiatrice col toner da cambiare, ciò che ha funzionato in modo egregio la prima volta.
Grind, punk, metal, death, industrial, post-punk, free jazz sono generi in passato già mescolati e imbastardati, tanto che forse eravamo rassegnati ad avere raggiunto il massimo numero di combinazioni possibili in natura. Dobbiamo ringraziare i Napalm Death per averci smentito: i fattori di questa moltiplicazione, contrariamente alle leggi matematiche standard, non danno sempre lo stesso risultato.

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