«ROOMS FILLED WITH LIGHT - Fanfarlo» la recensione di Rockol

Fanfarlo - ROOMS FILLED WITH LIGHT - la recensione

Recensione del 05 mar 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

I Fanfarlo. L’anno è il 2009, l’esordio di quelli che fanno parlare. “Reservoir” è interessante, fresco; bei pezzi indie folk, venati di ottimo pop anglo svedese. Grazie mille Arcade Fire di “Funeral”, grazie Beirut, grazie Get Well Soon, grazie duemila Okkervil River. Che poi cosa vuoi dire di un disco del genere? Uno ci prova a non scrivere pezzi farciti di rimandi, poi lo ascolti, la faccenda sfugge di mano e si finisce a parlare solo di quello. Un aiutino, ai tempi, lo ricevemmo nientemeno che dal buon Duca Bianco: “Ho sentito quattro o cinque delle canzoni dei Fanfarlo, e, come solo pochi tra i miei altri preferiti, hanno quella particolare capacità di creare musica che tira su il morale ma, al tempo stesso, che è benedetta da una deliziosa malinconia”. E quindi grazie David Bowie. Il disco dunque funzionava, e ce lo siamo goduto per bene grazie anche all’intensa attività live del quintetto inglese: da noi aprirono per gli Arcade Fire all’I-Day di Bologna 2010, e pochi mesi dopo la data dei Mumford & Sons al Teatro dell’arte di Milano. Alé, già che siamo in ballo, grazie anche ai Mumford & Sons: senza di voi, non saremmo qui.

Settembre 2011. I Fanfarlo annunciano tramite il proprio sito ufficiale che i lavori per il nuovo disco sono terminati. Viene diffuso inoltre il video del primo singolo, “Replicate”, poco più di tre minuti che, di primo acchito, rimandano nuovamente alla premiata ditta Arcade Fire playing “The Suburbs” / Okkervil River, con però un ché di nuovo. “Replicate” è praticamente un’introduzione unica a colpi d’archetto, una melodia contenuta, tronca, incisiva e dallo sfondo vagamente sintetico. Che fine ha fatto il folk acustico che tanto ci era piaciuto? Dopo questo assaggio, che cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo lavoro?

“Rooms filled with light” esce a febbraio del 2012 e la prima risposta a queste domande la troviamo tra le note di copertina. A produrre il disco, infatti, i Fanfarlo chiamano Ben Allen, noto per aver lavorato in precedenza con Deerhunter, Gnarls Barkley e soprattutto con gli Animal Collective di “Merriweather post pavilion”. Tu pensa... I dodici pezzi del disco si aprono con la già nota intro “Replicate”, seguita da “Deconstruction”, un pezzo indie synth pop con basso e batteria in stile anni Ottanta in bella mostra, abbellito da una discreta melodia e da un’interessante e complesso arrangiamento messo a sostenere il tipico crescendo, destinato però questa volta a sfociare in un inattesa coda quasi ambient per pianoforte. In “Lenslife” fanno capolino i Talking Heads di David Byrne, un trionfo elettro / orchestrale per sintetizzatore e fiati anche qui costruito intorno all’immancabile crescendo brioso. Un trend confermato dalla bella “Shiny things”, pezzo elettro pop smaccatamente new wave, con sezione ritmica nuovamente sugli scudi, ritornello da sing-along sfrenato e finale Beirutiano con fiati annessi, e dalla spensierata “Tunguska”, nenia lieve dall’incedere quasi indolente e vagamente malinconico, posta in chiusura di lato A, prima dell’interludio / spartiacque strumentale “Everything turns”. Con “Tightrope” infatti, le cose cambiano, e la sensazione è di un evidente quanto inatteso (viste le premesse), ritorno al passato. Il modello canadese non è più relegato alla singola introduzione (come nei primi cinque pezzi del disco), ma torna ad essere fondamenta per la costruzione dell’intero pezzo, dalla ritmica alla melodia, passando per il cantato di Simon Balthazer. Idem dicasi per “Feathers”, innocua cantilena a base di marimba, strutturata secondo la classica formula intro, crescendo, interruzione, ripresa, finale. “Bones” e “Dig” sono un ottimo esempio di mix azzardato: questa volta sono le melodie alla Okkervil River a installarsi su una base Animal Collective, un connubio synth folk quantomeno innovativo, benché ancora troppo sbilanciato verso i primi. “A flood” è la chiusura ufficiale del disco, considerando i trentotto secondi di “Everything resolves” come un’outro strumentale a dir poco superflua. Anche qui, pezzo molto pacato, ballata dall’anima acustica e dal corpo sintetico. Che è un po’, a conti fatti, la sintesi perfetta di questo “Rooms filled with light”: un “Reservoir” meno irruente e più elettronico. E qui arriva l’imbeccata.

I Fanfarlo dovevano dare un seguito degno al disco d’esordio. Grandi le aspettative, enormi, di conseguenza, le responsabilità. E’ stato deciso di optare per il cambiamento: largo ai sintetizzatori, atmosfere new wave con basso e batteria protagonisti, e carta bianca al produttore ideale per riuscire nell’impresa di dare una svolta alla baracca. Ottime intenzioni, ma il risultato? Se vi si aspettavate un capolavoro, mettetevi il cuore in pace: “Room filled with light” è un buon disco ma niente di più. Un disco in bilico tra il nuovo corso e il vecchio. Che tradotto in soldoni vuol dire bene fino a “Everything turns”, meno convincente la seconda parte, ancora troppo, troppo derivativa. Ora sta a noi capire se mettere in risalto l’una o l’altra. In ogni caso, grazie Fanfarlo.

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