«GENTLE SPIRIT - Jonathan Wilson» la recensione di Rockol

Jonathan Wilson - GENTLE SPIRIT - la recensione

Recensione del 12 dic 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il Laurel Canyon, a Los Angeles. E’ lì, che tra gli anni ’60 e gli anni ’70 andarono a vivere molti musicisti, dando vita ad una delle comunità artistiche più creative che la storia del rock ricordi, da cui uscirono capolavori senza tempo. C’è un libro che racconta bene quella storia, uno dei più bei libri rock: “Hotel California” di Barney Hoskins. Un volume, di cui mi è già capitato di parlare da queste parti, che narra le gesta di Eagles, Jackson Browne, Joni Mitchell, Neil Young e di tanti, tanti altri.
C’è un artista che ha fatto tornare quel nome sulle pagine delle riviste specializzate, e si chiama Jonathan Wilson. Ve ne parliamo con un poco di ritardo, è vero: “Gentle spirit” è uscito un paio di mesi fa. Ma è uno di quei dischi che a fine anno saltano fuori, inevitabilmente: per la loro qualità, perché prima o poi qualche amico te lo consiglia se te l’eri perso (grazie Marco e Michele!) e perché ottengono riconoscimenti nei referendum delle riviste. Per dire: “Uncut” l’ha nominato “New artist of the year”.
Tanto “new” Jonathan Wilson non è: ha lavorato come musicista e produttore con fior di nomi, da Elvis Costello a – guarda caso – Jackson Browne. Il suo studio di registrazione, guarda caso, era nel Laurel Canyon (almeno fino al 2009); Qualche anno fa ha pubblicato il suo primo disco, “Frankie Ray”, di cui non si è accorto quasi nessuno. Si inizia a parlare di lui sul serio nel 2009, quando il LA Times gli dedica un articolo sul suo ruolo nel rivitalizzare il Canyon, attirando musicisti, organizzando jam.
Poi arriva questo disco, questo piccolo capolavoro, e il processo è completo: perché “Gentle spirit”, a parte la copertina fricchettona, è la miglior dimostrazione del talento di questo cantautore: che pesca a piene mani dal suono dilatato, rilassato e psichedelico del Canyon, e lo attualizza. Nelle tredici canzoni di questo album, qualcuno ci troverà forse un po’ di Pink Floyd. Forse. Ma ci sono i momenti migliori di CSN&Y, qua dentro: come nel bellissimo singolo “Desert raven”, nella lunghissima e conclusiva “Valley of the silver moon”, che sembrano delle “Wooden ships” di questi anni (ed è un complimento, con un termine di paragone così ingombrante). Ci sono i riferimenti alla California del sud, e c’è una scrittura delle canzoni di altissimo livello e degli arrangiamenti ancora migliori, dominati da chitarre “liquide”, da jam che sembrano fatte per essere suonate dal vivo (ma che su disco suonano già benissimo).
E’ andato in tour con i Wilco, Jonathan Wilson – e non è un caso: se vi piace il rock neo-tradizionalista, quello di Band Of Horses e Black Crowes, per intenderci, non troverete un disco migliore di questo, in questo periodo.

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