«DEMOLISHED THOUGHTS - Thurston Moore» la recensione di Rockol

Thurston Moore - DEMOLISHED THOUGHTS - la recensione

Recensione del 28 lug 2011 a cura di Davide Poliani

La recensione

Dici "Demolished thoughts" e subito pensi all'omonimo gruppo che Thurston Moore ha messo in piedi con Andrew W.K. (quello di "Party hard", poi - non sono in molti ad averci fatto caso - finito sul palco persino con Bonnie Prince Billy) e J. Mascis, e da J. Mascis si arriva a "Several shades of why". Come questo un album acustico. Fatto sempre dal frontman e maggior compositore di una delle band che hanno scolpito negli annali a suon di distorsioni la storia dell'indie rock americano. Se il disco del leader dei "Dinosaur Jr, però, rimarcava ancora una volta quanto il gruppo di "Feel the pain" fosse Mascis-centrico (e Lou Barlow, con Sebadoh e Folk Implosion, lo ha fatto capire bene), aggiungendo poco alla figura del suo autore in termini di eclettismo compositivo, "Demolished thoughts" fotografa un lato ben nascosto del compagno (musicale e di vita) di Kim Gordon. Lui, che ha fatto di drone e feedback una cifra stilistica strutturalmente irrinunciabile, strappandoli alle pose avanguardiste dei noister di mezza tacca, con questa sua nuova fatica in proprio dimostra quanto la canzone - così come almeno 9/10 del genere umano la concepiscono - abbia una sua specifica importanza, nel suo songwriting. Qui siamo dalle parti di "Trees outside the academy" (il suo ultimo disco solista, del 2007), lontano anni luce dalle pubblicazioni della SYR, dalle stratificazioni branchiane e dall'astrattismo tonale e nelle proporzioni da sempre marchio di fabbrica di una certa sua produzione. Poi c'è Beck, chiamato a coordinare i lavori tra mixer e sala di ripresa (poi ingaggiato anche da un altro campione del primo indie rock americano, Stephen Malkmus, che l'ha voluto per il nuovo disco solista di prossima uscita, tanto per chiudere il cerchio). E - continuando a giocare con le associazioni di idee - è inevitabile correre con testa (e orecchie) a "Sea changes", se non ancora al meno recente - ma più affascinante - "Mutations". E il mosaico, a questo punto, prende forma. Perché sono tante le ragioni che concorrono a rendere "Demolished thoughts" un disco molto interessante. La prima - e più banale - è quanto sia facile uscire dagli stilemi neo-folk-dream-pop oggi imperanti, pur usando acustiche, violino, spazzole sulla batteria e così via. Basta saper scrivere le canzoni. E Moore le sa scrivere. Se erano in molti - compreso il sottoscritto, lo ammetto - ad iniziare a temere che il songwriting di Thurston, da qualche anno a questa parte, si fosse appiattito su certi stilemi, quasi da perdere la propria efficacia al di fuori dell'humus preparato dai Sonic Youth, "Demolished thoughts" ci restituisce un autore ispirato ed affatto esausto, capace di creare atmosfere tanto da un riff monocorde quanto da progressioni armoniche del tutto eterodosse, estremamente abile nello sfruttare a suo favore le sfumature offerte dall'organico acustico, magistralmente diretto da Beck. Ed è proprio la raffinatezza negli arrangiamenti, studiati dell'ex enfant prodige californiano, a valorizzare ulteriormente la scrittura di Moore, che rimane comunque personalissima e riconoscibile, anche in un contesto diverso da quello abituale: si pensi alla cavalcata uptempo da quasi 7 minuti di "Orchard street", con quel crescendo finale dove sembrano mancare solo le sciabolate distorte di Lee Ranaldo, o a "Circulation", dove con il riff iniziale che sfocia in una sequenza di accordi più distesi nella seconda parte del brano, a lasciar campo libero a archi e bordoni. Sono però gli episodi come "Illuminine", con il delizioso intreccio si arpeggio di chitarra e pizzicato sul violino, o le visionarie "Space" e "January", in chiusura, a impreziosire definitivamente "Demolished thoughts", dimostrando come gli equilibri interni alla composizioni, sapientemente calibrati dall'autore, sappiano fare davvero la differenza: colpisce, è vero, vedere - o meglio ascoltare - Moore "a spina staccata", e la suggestione, per i fan dei Sonic Youth, potrebbe portare ad un apprezzamento aprioristico di questo disco. E' dopo qualche ascolto, tuttavia, che - dimenticando che sia lo spilungone che ha ridefinito di canoni del noise mondiale a sussurrare tra un arpeggio e una melodia di violino - "Demolished thoughts" lo si apprezza per quello che è. Ringraziando il cielo per aver preservato intatti l'ispirazione e il talento di chi l'ha scritto e suonato per tutti questi anni.

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