«JEFF BRIDGES - Jeff Bridges» la recensione di Rockol

Jeff Bridges - JEFF BRIDGES - la recensione

Recensione del 12 ago 2011

La recensione

Una performance memorabile, una delle tante che ha fornito in carriera Jeff Bridges: l’interpretazione del cantante country alcolizzato di “Crazy heart” gli è valso un Oscar. Forse quella performance non resterà nell’immaginario come il “Dude” de “Il grande Lebowsky”, ed è meno d’effetto del cowboy interpretato nel “Il grinta”. Però c’era un qualcosa in più. Bridges cantava. E bene.
Per cui eccoci qua a parlare del suo disco. Che non è il primo (ce n’è uno del 2000, “Be here soon”), ma qua le cose sono diverse. Perché c’è lo zampino di T-Bone Burnett, uno dei più grandi produttori viventi, forse il più grande nel genere “Americana”, che già aveva prodotto la colonna sonora di “Crazy heart”.
Il risultato è un solido, solidissimo disco di musica “roots”, inciso con fior di musicisti, con belle canzoni e - ovviamente - un ottimo sound. La voce di Bridges è profonda e un po’ sofferente come ultimamente appare l’attore. Ma già fin dalle prime note di "What a little bit of love can do" si capisce che le cose girano nel verso giusto. E’ uno degli episodi più country dell’album, una direzione inevitabile per certi versi, ma non abusata. In altri episodi, T-Bone riscopre una vena dark, che ogni tanto salta fuori nei suoi lavori, per esempio in “Tumbling vine”, che la sempre maestosa chitarra di Marc Ribot riconduce al sound di Tom Waits. Altro gioiello è “Blue car”, con quel suo incidere bluesato, o la chitarristica “Slow boat”.
Insomma, Jeff Bridges poteva scegliere una strada semplice per questo disco. E in parte l’ha scelta, appoggiandosi a Burnett, e a ospiti come il già citato Ribot, Rosanne Cash e quel Ryan Bingham che aveva firmato “The weary kind” che si meritò l’oscar per la miglior canzone, proprio per “Crazy heart”. Però Bridges avrebbe potuto semplicemente replicare quel modello di canzone semplice, e non l’ha fatto, raccogliendo brani meno diretti ma non per questo meno belli.
Insomma, mettete da parte la (naturale?) ritrosia nei confronti dell’artista che travalica il suo settore, ovvero “l’attore-che-diventa-cantante”: “Jeff Bridges” è semplicemente un bel disco di musica classicamente americana, con un’ottima produzione, belle canzoni e una bella voce.
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