«WHATEVER'S ON YOUR MIND - Gomez» la recensione di Rockol

Gomez - WHATEVER'S ON YOUR MIND - la recensione

Recensione del 20 giu 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Per i Gomez funziona in questo modo. Ian Ball vive a Los Angeles, Olly Peacock a Brooklyn, mentre Paul Blackburn, Tom Gray e Ben Ottewell sono rimasti a Brighton, in Inghilterra. A dividerli ci sono migliaia di chilometri, tre fusi orari e un oceano, eppure, con alti e bassi, continuano a pubblicare dischi come se niente fosse. Il nuovo “Whatever’s on your mind” è addirittura il settimo. Com’è possibile? In termini pratici la faccenda è quasi stravagante. Invece di stare insieme per scrivere e registrare come quasi tutte le band di questo mondo, i Gomez, vista la distanza che li separa, hanno pensato bene di risolvere il problema linkandosi l’uno con l’altro attraverso un hub costantemente online, una dispositivo che, cito testualmente da Wikipedia, “… funge da nodo di smistamento di una rete di comunicazione dati organizzata prevalentemente con una topologia a stella”. In altre parole i Gomez si sono creati una connessione “privata” per potersi scambiare in tempo reale i demo fatti in casa a chilometri di distanza: ognuno ha un certo numero di canzoni da fornire ogni settimana agli altri membri della band e questi sono liberi di metterci mano come meglio credono prima di condividere nuovamente il lavoro. Il risultato? Per “Whatever’s on your mind” i Nostri hanno pescato dieci pezzi da un totale disponibile di più di cinquanta, scritti nel giro di due anni. Si sono presi venti giorni per sistemarli (questa volta fisicamente insieme in uno studio a Charlottesville, in Virginia, in due sessioni da dieci giorni l’una), hanno invitato Luke Steele degli Empire Of The Sun e Stuart Bogie (già al lavoro con i Tv On The Radio) a dare un contributo strumentale, e infine si sono rivolti a Sam Farrar (bassista dei Phantom Planet e “fine conoscitore” del catalogo Gomez) per dare un senso compiuto al tutto. Più che un produttore, praticamente un editor. Arrivati a questo punto, c’è da chiedersi quanto tutto questo “movimento” possa aver inciso effettivamente sul disco. “Whatever’s on your mind” con i suoi trentotto minuti scarsi è il lavoro più breve dei Gomez. Eppure, incredibilmente, c’è tutto. Ci sono i pezzi tradizionali in tipico “Gomez style”, l’opening “Options”, “I will take you there”, “Just as lost as you” e “Equalize” che non aggiungono molto a quanto già detto dalla doppietta “Bring it on/Liquid skin”, ma che si lasciano comunque ascoltare sempre con piacere. Ci sono le ballatone alla “In our gun” che hanno fatto e continuano a fare la fortuna dei cinque inglesi (imbattibili in questo senso) dai tempi di "We haven't turned around", vedi l’azzeccatissima titletrack e la perfetta (niente di meno) “Our goodbye”, un pezzo che, in quanto a delicatezza, se la gioca con le perle più preziose di Norah Jones. E c’è spazio per qualche esperimento elettronico riuscito a metà come “That wolf”, “The place and the people” (interessante il crescendo quasi coldplayiano) e soprattutto “Song in my heart”, pop quest’ultimo quantomeno rivedibile, ripreso fortunatamente nel finale. Ottima invece la chiusura quasi alternative con “X-rays”, un pezzo che richiede qualche ascolto extra per essere debitamente assimilato, perché più spigoloso, stratificato e aggressivo rispetto al resto del disco, ma proprio per questo indubbiamente più interessante e ricco. Nonostante la gestazione a dir poco frammentaria, dopo diversi ascolti “Whatever’s on your mind” spicca per compattezza: buono il sound, melodie uniche (il vero marchio di fabbrica/garanzia di qualità dei Gomez), curati gli arrangiamenti (archi come se piovesse), meticoloso come sempre il lavoro per ricavare il meglio dal mix di voci di Ball, Gray e del fuoriclasse Ottewell, la vera anima della band. Oscena, ahimè, la copertina, e non troppo convincenti i tre pezzi più sintetici. È vero che dopo quindici anni di onorata carriera ci stanno anche questi esperimenti. Per carità, non si butta via niente. Personalmente però amo molto i Gomez quando fanno (bene) i Gomez, e in questo album capita per sette volte su dieci. Basta e avanza.

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