«FOREVERMORE - Whitesnake» la recensione di Rockol

Whitesnake - FOREVERMORE - la recensione

Recensione del 04 apr 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Evoluzione, sorpresa, cambiamento, mutazione, sviluppo sono termini che molto probabilmente, se dipendesse da David Coverdale e i suoi Whitesnake, andrebbero cancellate da tutti i dizionari. E infatti c'è poco da ricamarci sopra: "Forevermore" è un classico disco del serpente Bianco, un piacevole inno alla coerenza monolitica, cocciuta, catafratta e rockettara. A scanso d'equivoci, dunque, diciamolo subito e senza falsi pudori: se l'hard &heavy (quello figlio di Deep Purple e Led Zeppelin) e l'AOR più raffinato fossero in cerca di un testimonial, l'ultimo lavoro della band inglese sarebbe senza dubbio nella cinquina dei candidati ideali per il 2011.
Ma vediamo più nel dettaglio cosa il buon Coverdale ci ha confezionato questa volta; innanzitutto la band ha una sezione ritmica completamente nuova: salutiamo Uriah Duffy (basso) e Chris Frazier (batteria) sostituiti rispettivamente da Michael Devin e Brian Tichy. Alle chitarre, invece, troviamo ancora il duo inossidabile Doug Aldrich/Reb Beach, che da una decina d'anni plasmano riff e sound del gruppo. Da questa nuova configurazione (praticamente siamo nei pressi della ventesima line-up diversa, dalla nascita della band) scaturisce un album consapevolmente incentrato sulle due anime sonore che più hanno portato fortuna ai Whitesnake: quella hard rock sanguigna - intrisa di blues - e quella legata a doppio filo all'hair metal e all'american metal della seconda metà anni Ottanta.
E proprio a questo proposito, l'apertura è affidata a un brano destinato, con buone probabilità, a entrare nella rosa dei classici del repertorio: l'adrenalinica "Steal your heart away" che - utilizzando ingredienti semplici e basilari di stampo zeppeliniano - scarica una valanga di hard rock energetico sui nostri timpani, mettendo subito in chiaro quale sarà l'umore dell'intero album.
Non mancano le power ballad tipiche di Coverdale - quelle alla "This is love" - e i momenti più intimisti quasi rock-folk anni Sessanta dopo una cura di steroidi, ma tutto "Forevermore" è profondamente hard... basta pensare a gioiellini come "I need you (shine a light)", puro heavy rock spedito, di quello che ti fa alzare il pugno al cielo e gridare i ritornelli a squarciagola.; oppure "Love and treat me right", con quel riff lieve come un'incudine, quella ritmica pestatissima e quel ritornello da manuale dell'arena-rock - roba che, anche se lo canti in canotta davanti allo specchio, ti senti sul palco del Monsters of rock di fronte a 250.000 metallari imbevuti di acqua e birra.
Insomma, probabilmente "Forevermore" non è il nuovo "1987" del Serpente Bianco, ma senza dubbio è un disco che si avvicina a quelle vette e non le fa rimpiangere, dimostrando che Coverdale e i suoi - nonostante più di 30 anni di carriera - non temono le sfide. Anzi, pur mantenendo una ferrea coerenza col loro sound, sono ancora in grado di proporre dischi di genere senza affidarsi al 100% al mestiere e ai trucchi da vecchie volpi.
Posto che il livello dei singoli brani è alto e soddisfacente, vale la pena spendere due righe per parlare della produzione, un bel lavoro in bilico tra la filologia del suono hard "grasso", muscolare, anni Settanta e un approccio più moderno. Il rischio di rendere troppo contemporaneo il sound era elevato, ma il risultato finale fuga ogni dubbio: non c'è puzza di vecchio, ma nemmeno l'effetto di quando si traveste da nu-metaller il nonno di ottant'anni.
Unico neo, se proprio vogliamo trovarne uno, è l'insieme di tematiche affrontate nei testi. Anzi, l'unica tematica: quella della ricerca più o meno disperata di amore e affetto... David, caspita, non sei più credibile, dopo la tua fulgida carriera e con la tua fama di sex symbol, mentre canti di avere l'anima dilaniata dalla mancanza d'amore. Ma questi sono dettagli da pignoli - e magari un po' invidiosi - per cui lunga vita al Serpente Bianco. Come dicevano gli Zeppelin, "The song remains the same"... e meno male, in questo caso.

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