«THE WILD HUNT - Tallest Man On Earth» la recensione di Rockol

Tallest Man On Earth - THE WILD HUNT - la recensione

Recensione del 12 gen 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Per prima cosa va chiarito subito che Kristian Matsson, alias The Tallest Man On Earth, non è assolutamente l’uomo più alto del globo. Arriva al metro e sessanta, non di più. Colpo di scena abbastanza ovvio, ma vanno comunque fatti i complimenti al cantautore svedese per essersi scelto un nomignolo così marcatamente ironico. Sempre in tema di ovvietà, da quando nel 2006 Matsson ha pubblicato il suo primo album, “Shallow grave”, non si fa altro che ripetere quanto questo ragazzo sia debitore verso la musica, la persona, il carisma e via discorrendo, di Bob Dylan. E se il primo album godeva ancora del beneficio dell’essere il fatidico disco d’esordio, figuriamoci i commenti dopo la pubblicazione di “The wild hunt”, in pratica il seguito del disco di debutto in versione folk 2.0. Matsson, che non è uno sprovveduto, registra le critiche, ne fa tesoro, ed ecco che il singolo di lancio del nuovo lavoro è quella “King of Spain” che guarda caso va proprio a citare il Bob Dylan di “The times they are a-changin'”. Palese ovvietà si dirà (ancora), ma se ormai è chiaro per tutti che dietro a The Tallest Man On Earth si nasconde un uomo “bassino”, “The wild hunt” dovrebbe far drizzare le orecchie anche a chi si ostina a dire frettolosamente che il nostro non è altro che un clone di Bob Dylan. Scritto durante il tour del 2008 a fianco di Bon Iver, e pubblicato con l’americana Dead Oceans, “The wild hunt” ricalca perfettamente la struttura di “Shallow grave”. Dieci pezzi folk per chitarra e voce, accompagnati questa volta da un paio di aggiunte extra, vedi il banjo nell’omonima track d’apertura e il pianoforte nella conclusiva “Kids on the run”. Quello che colpisce però di un disco come “The wild hunt” non è tanto il ripetersi della formula (davvero un punto debole?), quanto l’abilità di Matsson nel riuscire a costruire melodie efficaci dal sapore fortemente tradizionale con pochissimi elementi. Le dieci ballate di “The wild hunt” si reggono solamente sulla voce, sui testi e sulla chitarra di Matsson, che in trentacinque minuti scarsi non fa altro che raccontare una serie di storie partorite dopo il primo assaggio della vera America. In altre parole l’esperienza di un ragazzo svedese gettato su un palco quando ancora aveva in mano solamente un pugno di canzoni, messe alla rinfusa su un ep (l’omonimo “The tallest man on earth” del 2006) con l’unico scopo di avere qualcosa da suonare dal vivo. Senza delle buone idee da una situazione del genere non ne esci con le ossa intatte, men che meno con un album valido. Invece Matsson si è rivelato autore talentuoso, ottimo songwriter e altrettanto abile chitarrista. Ecco allora che il fingerpicking si fa incalzante nella commossa “Troubles will be gone”, spensierato contrappunto in “The drying of the lawns”, accompagnamento soffuso nelle romantiche “Love is all” e “Thousand ways” dove la voce di Matsson si fa se possibile ancora più nasale e arcigna. I momenti migliori arrivano però all’inizio e alla fine del disco, con la già citata track d’apertura “The wild hunt” (probabilmente la migliore del disco), “Burden of tomorrow” (due pezzi assolutamente da coverizzare in una serata tra amici) e con le conclusive “A lion’s heart” e l’inattesa “Kids on the run”, con il solo pianoforte a fare la chitarra di turno, conferendo però un alone di malinconia nostalgica notevolmente più marcato alla chiusura dell’album. Ora, io non sono troppo convinto che essere in grado di scrivere un disco come un Bob Dylan “qualunque” sia una cosa così deprecabile. Per correttezza allora, dopo aver ascoltato “The wild hunt”, dovremmo andare da Matsson a muso duro e cantargliele di santa ragione, facendogli notare che non solo somiglia tanto a Bob Dylan, ma anche a Nick Drake per la sua carica emotiva, a Johnny Cash per i testi ispirati e la malinconia persistente e a Neil Young per l’inventiva melodica. Una scarica d’insulti bella pesante insomma. Capitasse a me… Piccola appendice per terminare: il nostro Matsson, ha pubblicato di recente un nuovo ep dal titolo “Sometimes the blues is just a passing bird” con altre cinque canzoni manco a dirlo in puro stile The Tallest Man On Earth tra cui le splendide “Little river” e “Like the wheel” (più volte testata dal vivo), ma soprattutto la scandalosa “The dreamer”. Che cosa rende “The dreamer” così speciale? La chitarra per la prima volta, da acustica si fa elettrica. Chissà come l’avranno presa a Newport.

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