«NUBES DE PAPEL - Depedro» la recensione di Rockol

Depedro - NUBES DE PAPEL - la recensione

Recensione del 22 dic 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Jairo Zavala. Un nome che, sparato così a freddo, probabilmente non dirà niente a nessuno. Jairo è un ragazzo di Madrid, chitarrista, con alle spalle un passato di collaborazioni niente male. Uno che ci ha provato prima con i Vacazul e poi con i 3000 Hombres. Altri nomi che da queste parti dicono ben poco. Alla lista però vanno aggiunti i Los Coronas e gli Amparanoia. Sempre niente? Dal 2004 risiede in pianta stabile nei Calexico, apre i loro concerti e suona la chitarra fianco a fianco a Joey Burns. Ah, ecco. Jairo Zavala si è scelto nel 2007 il moniker DePedro con cui ha esordito nel 2009 con un album eponimo, un disco folk, jazz, reggae, blues, spagnoleggiante e chi più ne ha, più ne metta. “Nubes de papel” è il secondo album di Zavala, registrato a Tucson agli Az Studios (dei Calexico) per la Nat Geo Music, etichetta discografica del National Geographic. Partendo dal presupposto che “semplice” non si traduce con “facile”, l’avvicinamento e la scoperta di “Nubes de papel” si trasforma in una discesa molto interessante all’interno di tutti quei fattori, esperienze, ricordi, immagini, luoghi e persone fisiche, che Zavala ha poi sintetizzato in tredici pezzi. Un disco nato “in viaggio”, in un tragitto che unisce ipoteticamente Madrid a Tucson per ammissione dello stesso Zavala che, arrivato alla meta dopo un lungo peregrinare di città in città in tour, si è sentito quasi in dovere di raccontare cosa è stato questo cammino. E il racconto che ci viene consegnato, tredici pezzi, è un fulgido esempio di funzionalità compositiva: pochi elementi sapientemente combinati ad arte. Un processo di semplificazione che paradossalmente chiama in causa una quantità di generi importante: jazz, folk, tex mex e world music, afrobeat, tradizione spagnola e indie, blues, un pizzico di reggae e cantautorato in senso stretto. Insomma, da CaetanoVeloso a Eliades Ochoa (chitarrista cubano) passando per i Velvet Underground, (omaggiati con una cover di “What goes on” portata all’attenzione di Zavala dal figlio maggiore, Mario), Beirut e Andrew Bird, senza mai tradire l’idole tex mex “Calexico style” che come per l’esordio, è la base di partenza del suono di DePedro. Joey Burns non per niente si prende la briga di mettere a disposizione il suo studio di registrazione sistemandosi in cabina di regia (per amicizia, stima o semplicemente per una sana convivenza tra talenti), partecipa co-scrivendo e cantando la splendida “Empty fields” e accompagnando per mano Zavala nella costituzione della spina dorsale del disco (“Chilla que tiemble”, “Levanta”, “Mientras espero” e “Todos lo saben” sono pezzi che potrebbero tranquillamente stare su un disco dei Calexico). Un disco più intimo rispetto all’esordio, in cui trovano maggiore spazio voce e chitarra a supportare come sempre dei testi di rara bellezza. Sarà che poi la cadenza (il disco è cantato quasi completamente in spagnolo) rende tutto tre volte più intenso e passionale, ma pezzi come “Eternamente” regalano alla grande tradizione delle “canzoni d’amore” (spesso e volentieri bolsa e melensa), una inattesa ventata di freschezza. “Cuando el día se acaba” è il singolo che manca ai Cure da almeno una decina di anni, la titletrack “Nubes de papel” e “Tu mediodía” raccolgono invece l’eredità delle meravigliose “Como el viento” e “Equivocado” (entrambe su “DePedro”) condividendone la raffinatezza e la potenza evocativa. Pezzi strepitosi, niente da aggiungere. Il meglio arriva però con “Diciembre”, tre minuti e mezzo di arpeggi sospesi in cielo, una vera e propria nuvola di carta a metà tra il sogno e la realtà in cui convivono banjo, ottoni, chitarra e voce. Il Tex-jazz di “Tramontana” apre al finale di “Todos los saben” e della mesta “La brisa” che si mantengono sulla falsa riga delle precedenti, senza abbassare di nulla la qualità perennemente altissima dell’intero album. Insomma, dopo tutta questa tirata quello di Jairo Zavala potrebbe continuare a essere un nome che non vi dice niente. Dopo l’ascolto di “Nubes de papel” però ho qualche serio dubbio…

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