«AN INTRODUCTION TO SYD BARRETT - Syd Barrett» la recensione di Rockol

Syd Barrett - AN INTRODUCTION TO SYD BARRETT - la recensione

Recensione del 03 nov 2010

La recensione

Sarà per amicizia o per acquietare il senso di colpa, sarà una forma di rispetto artistico o la voglia di assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia (probabilmente un po’ di tutto questo): fatto sta che David Gilmour , l’uomo che prese il posto di Syd Barrett nei Pink Floyd, è diventato – molto più di Roger Waters – il custode della memoria e dell’eredità artistica del Diamante Pazzo. Fu lui, nel 2001, a insistere perché nel greatest hits “Echoes” trovasse posto una congrua rappresentanza di canzoni firmate da Syd (che era ancora in vita, e a cui le royalties avrebbero certo fatto comodo). E’ lui a ripescare in concerto, di tanto in tanto, vecchie perle del repertorio barrettiano; ed è sempre lui, oggi, a incaricarsi di compilare, coordinare e dare alle stampe questa “introduzione” all’arte magica ed elusiva del Grande Eccentrico di Cambridge, morto “fisicamente” a sessant’anni nel luglio del 2006 ma scomparso dal pianeta musica trentaquattro anni prima. Da uomo ordinato e razionale qual è, nell’imbastire un racconto destinato principalmente (ma non solo) ai neofiti Gilmour si è attenuto a un preciso ordine cronologico, persino rispettando le sequenze originali dei dischi da cui ha attinto: tre singoli (nel brevissimo lasso di tempo in cui i Pink Floyd furono un “gruppo da 45 giri”), tre selezioni dall’epocale album di debutto “The piper at the gates of dawn”, sette tracce dal primo album solista “The madcap laughs”, quattro dal successivo “Barrett” e uno dall’antologia datata 2001 “The best of Syd Barrett: Wouldn’t you miss him?” (un demo datato 1970 e intitolato “Bob Dylan blues”). E ha lavorato con cura amorevole, circondandosi degli amici di sempre (l’evocativa copertina, zeppa di riferimenti simbolici ai contenuti delle canzoni, è opera dell’impareggiabile Storm Thorgerson) e curando, insieme a Damon Iddins e a Andy Jackson, impeccabili rimasterizzazioni digitali, nuovi missaggi e “alternate takes” (“Matilda mother”): nel farlo si è concesso giusto qualche piccolo ritocco (una linea di basso aggiunta a “Here I go”), ma senza prendersi troppe libertà (unica eccezione “She took a long cold look”: diventata, chissà perché, “She took a long cool look”). Accostati per la prima volta nello stesso disco, il Barrett floydiano e quello solista mostrano una volta di più la loro lontana parentela. A dividerli, in una manciata di anni, è il solco profondo scavato dall’abuso di Lsd, dalla crescente confusione mentale, dal rifiuto cocciuto del pop stardom. Il primo Syd è un’icona della Swinging London e dei club underground londinesi, anche se al posto delle selvagge cavalcate psichedeliche che mandavano fuori di testa gli hippies dello UFO Club di Tottenham Court Road (“Interstellar overdrive”, “Astronomy domine”) qui ci sono il ritrattino sardonico del feticista “Arnold Layne”, la solarità abbacinante di “See Emily play”, candide filastrocche come “Bike” e favole psichedeliche come “Matilda mother” e “Chapter 24”, liberamente ispirate a “Il vento nei salici” di Kenneth Grahame e all’I Ching, il Libro cinese dei Mutamenti. E’ pura quintessenza barrettiana ma con un contorno importante, perché gli straordinari guizzi melodici e gli scarti stravaganti del leader si incastrano alla perfezione con l’entusiasmo di Joe Boyd e il solido professionismo di Norman Smith (i produttori), gli arabeschi orientaleggianti del Farfisa di Richard Wright, lo spirito esuberante del 1967 (l’”estate dell’amore”) e la determinata energia di una band desiderosa di sperimentazione e di libertà ma anche di riconoscimenti e di successo. Durerà poco, come ci raccontano le cronache e l’abbondante letteratura dedicata a uno dei cult heroes immortali della storia del rock. Il Barrett del ’68-’69, di cui il manager Peter Jenner e il giovane direttore della Harvest Malcolm Jones cercano invano di acchiappare la coda in studio prima che intervengano Gilmour e Waters a cercare di salvare il salvabile, è un uomo e un musicista irriconoscibile: le lievi dissonanze e la sonnolenza di “Terrapin”, il tempo ballerino e la chitarra stonata di “Dark globe”, il deragliante vaudeville elettrico di “Here I go”, la falsa partenza e la sghemba sregolatezza di “If it’s in you” sono la prova lampante che nella testa del Cappellaio Matto qualcosa si è rotto per sempre (e anche quando dal cilindro esce qualcosa di più strutturato, tipo “Octopus”, i cambi continui di tempo e di tonalità raccontano di una elusività impossibile da imbrigliare). Un disco traballante e molto poco rifinito, “Madcap”, ma proprio per questo irripetibile, affascinante: un resoconto crudo e sincero di una metamorfosi psichica dagli effetti devastanti e imprevedibili. Libri e testimoni oculari raccontano di un Syd incapace di eseguire due volte un brano nello stesso modo, di concentrarsi per più di tre minuti sulla stessa cosa, a volte persino di restare in equilibrio sulla sedia con la chitarra a tracolla (“Volevamo iniettare una dose di onestà nel disco. Far capire che cosa stesse succedendo”, spiegheranno poi Gilmour e Waters a chi li accusa di avere ritratto il re nudo). La negazione del “pop” inteso come intrattenimento, dell’artificio di studio funzionale alla realizzazione di un bene di consumo. L’anno dopo, durante le session di “Barrett”, le cose sono diverse solo in apparenza: con Gilmour incaricato fin dall’inizio del ruolo di produttore e raggiunto in studio da Wright, il suono diventa più corposo, più denso di tastiere e di chitarre, di bassi e di percussioni. Ma l’essenza delle canzoni resta sfuggente, sgusciante, fragilissima, tra il il blues narcotico di “Baby lemonade” e di “Dominos” (che Gilmour s’è rimesso a suonare sul palco negli ultimi anni), la marcetta svagata di “Gigolo aunt”, l’eccentricità circense di “Effervescent elephant” e quelle lunghe code strumentali in stile jam che servono a riempire i tanti vuoti, a collegare le poche, disordinate tessere del puzzle lasciate sul pavimento da Syd. David è onesto anche oggi nel riproporre esattamente quel che fu, si limita a rendere giustizia alla musica facendola risplendere e “respirare” come non mai. Senza truccare – sarebbe un delitto – l’arte naif e disturbante di Syd Barrett: l’uomo che non volle farsi re e scappò dalla pazza folla per rifugiarsi in una sua personale, quieta e domestica, forma di follia.

ps: il Santo Graal per collezionisti si annida nella versione digitale dell’album (e può essere scaricato tramite un codice da chi acquista il cd): una misteriosa jam jazz/psichedelica di 20 minuti senza inizio né fine intitolata “Rhamadan” di cui tuttora si sa poco o nulla (se non che vi prese parte, probabilmente, il percussionista dei Tyrannosaurus Rex Steve Peregrine Took).



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

05. Chapter 24
06. Bike
11. Octopus
17. Effervescent elephant
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