«SPEAK NOW - Taylor Swift» la recensione di Rockol

Taylor Swift - SPEAK NOW - la recensione

Recensione del 03 nov 2010 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Negli USA le aspettative che circondano questo album di Taylor Swift sono enormi. E' il disco che potrebbe salvare la stagione, forse invertire il trend negativo. Se "Speak now" riuscirà a superare le 742.000 copie, traguardo a portata di mano, sorpasserà "Recovery" di Eminem e diventerà il disco del 2010 con le maggiori vendite negli States nel corso della prima settimana.
Il precedente lavoro di Taylor Swift, "Fearless", è attualmente a quota 6 milioni di pezzi smerciati sul mercato a stelle e strisce. La ventenne da Wyomissing in Pennsylvania ha confezionato un disco solido, molto americano ma che presenta numerosi aspetti per i quali potrebbe funzionare bene anche in Europa. "Speak now" non è del tutto perfetto e qualche brano zoppica, ma considerata la giovane età della sua autrice è da considerarsi addirittura stupefacente. Taylor dimostra una grande facilità di scrittura; le armonie sono naturali, nulla è forzato, le melodie poggiano su un impiantito granitico. A questa donna non importa un fico secco dell'alternative e ancor meno dello "street cred"; non vuole essere eccentrica (ci sono più che sufficienti colleghe che già lo sono) o fare la rockeuse. Un critico USA ha affermato che il disco "manca di profondità". Ma è un disco al 90% pop, che profondità deve avere? Allora anche buona parte della carriera dei Beatles sarebbe da condannare. E' musica da canticchiare, da sentire in auto, andando in giro nell'iPod, mica per arrovellarsi il cervello pensando alla politica estera della Polonia. E' un lavoro semplice, con canzoni semplici, che piacerà alle persone non troppo complicate. E' un torto?
"Enchanted": lullaby-ballata che tocca tutte le corde giuste anche se potrebbe quasi appartenere al repertorio di Avril Lavigne. "Mine" è il singolo e la canzone che deve piacere per forza; lo sforzo viene premiato solo parzialmente perché non è certo una composizione eccelsa. "Sparks fly": impossibile detestarla, piacevolmente yank, squisitamente ben costruita. "Back to December": è la ballataccia-killer, il pezzo leggermente triste che fa venire i lucciconi a quel tipo rude laggiù col cappello Stetson in fondo alla sala. "Speak now": prima o poi il filler doveva saltare fuori. E' questo. "Dear John": dovrebbe trasudare sentimento, ma qualcosa non funziona del tutto. La melodia c'è, il testo c'è di peggio, il cantato è ben dispiegato. Chissà. "Mean": toh, spunta un banjo, uno dei pochi elementi country di un album che di country regala solamente rari e leggeri colpi di vento. "The story of us" fa muovere i piedi anche a chi detesta ballare; curiosi punti di contatto col "vecchio" sound di Shania Twain. "Never grow up": non per la prima volta è uno di quei pezzi che senti per la prima volta (come "Enchanted") e ti sembra di conoscerlo da quando andavi in seconda elementare. Canzone semplice ma strepitosa. "Better than revenge"; santo cielo, ma questo è rock. O, meglio, un pop-rock molto ritmato e abbastanza tirato. Riappare il fantasma di Avril. "Innocent": è solo la voglia di trovare echi e riverberazioni, o ci sentiamo dentro respiri di Suzanne Vega? Poco male, comunque. Pezzo di carattere, malinconico e smussato, scrittura robusta. Da applausi. "Haunted": se qualcuno vuole applaudire un perfetto pezzo pop, qui c'è da spellarsi le mani. Con la delicata "Last kiss" ed una "Long live" da cantare in coro si chiude un album che - questo è garantito- negli USA sarà tra i più richiesti del 2010.

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