«NO BETTER THAN THIS - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - NO BETTER THAN THIS - la recensione

Recensione del 06 set 2010

La recensione

C’era una volta un rocker chiamato John “Cougar” Mellencamp, nervi tesi, faccia tosta, denti aguzzi e artigli da leone di montagna (ne ritrovate qualche souvenir nel cofanetto retrospettivo uscito giusto un paio di mesi fa, “On the rural route 7609”). Quello di oggi è tutt’altro uomo, un cantautore maturo e con qualche cicatrice sulla pelle che seguendo le orme nobili di Woody Guthrie e di Pete Seeger (come Springsteen , quando se la sente di lasciare a casa la E Street Band) s’è scoperto folksinger e continuatore di una grande tradizione. Miglior compagno di ventura di T Bone Burnett, il principe dei musicarcheologi, non poteva trovare, e dopo il già scarnissimo e intimista “Life death love and freedom” i due qui scartano ancora più brusco dal mainstream per imboccare le strade blu della American Music. Le premesse sono radicali e affascinanti: suono rigorosamente in mono, catturato con un unico microfono e un registratore Ampex degli anni ’50 in tre luoghi mitici, simbolici e altamente evocativi della musica e della cultura popolare statunitense (bella idea, talmente “reazionaria” rispetto al gusto imperante da risultare quasi rivoluzionaria). E il viaggio omerico intrapreso dalla coppia ricorda un po’ quello di un altro celebrato progetto burnettiano, la colonna sonora di “Fratello, dove sei?”, affrontato però con spirito molto meno scanzonato e più autentico rigore filologico. Il frutto della ricerca sono tredici canzoni inedite (niente cover, è una notizia!) che si abbeverano al grande fiume del country, del blues e del folk; il grosso, nove titoli, registrato ai leggendari Sun Studios di Memphis, il resto diviso tra un pellegrinaggio presso la prima chiesa battista africana sorta a Savannah, Georgia (dove un tempo si rifugiavano gli schiavi e dove Mellencamp s’è fatto battezzare assieme alla moglie Elaine) e una sosta nella stanza 414 del Gunter Hotel di San Antonio, Texas, in cui Robert Johnson fissò su nastro nel novembre del ’36 le sue prime incisioni. Maniacalmente attenti al dettaglio, John e T Bone hanno ricreato in vitro le condizioni di allora, Mellencamp e la sua chitarra acustica sistemati nella esatta posizione assunta dal re del blues nella sua camera d’hotel e dal king del rock’n’roll, Elvis, ai Sun di Sam Phillips: fantasmi, spiriti onnipresenti che fanno di questo album “un disco infestato”, come scrive Burnett nelle note di copertina. Non è musica per tutti, meglio dirlo, con quel suono così (volutamente) a bassa fedeltà, polveroso, distorto, tremolante. Dimenticate lo smalto e la lucentezza artificiale della musica digitale, qui tutto odora di legno, metallo e muffa, di “buona la prima” senza badare alle imperfezioni e alle equalizzazioni. Come nel disco precedente Mellencamp, 59 anni e un infarto alle spalle, torna a riflettere sulla mortalità e a stilare bilanci esistenziali (“Save some time to dream”), canta di fughe dal passato e di luoghi dimenticati da Dio (nella minacciosa “The west end”), si prende tutto il tempo necessario – sei minuti abbondanti – per raccontare storie di solitudine (“No one cares about me”) e di beffarda, casuale violenza (“Easter eve”) infischiandosene di ganci, “bridge”, riff e ritornelli ( “Love at first sight” e la stessa “Easter eve” si risolvono in una lunga sequenza di strofe monocordi): come lo Springsteen di “Devils & dust”, appunto, ma ancora più immerso nella “heartland”, nel cuore profondo e antico dell’America popolata di fattorie e “small towns” di provincia. Le canzoni di “No better than this” hanno quasi tutte un passo lento e uno sguardo disincantato sul mondo (“verità e libertà sono tutte bugie”, canta a un certo punto Mellencamp), la voce rauca e catramosa del frontman, sempre più arrochita dalle sigarette, contrappuntanta, sottolineata e rinforzata dalle percussioni ossute e rimbombanti di Jay Bellerose, dal basso ruvido di David Roe, dal violino stridente di Miriam Sturm, dalle stuscianti chitarre vintage di Marc Ribot e di Andy York. La magia dei luoghi (T Bone aveva ragione) gioca un ruolo cruciale: nel chicka-boom di “Coming down the road” rivive il giovane Johnny Cash memphisiano, al Gunter Hotel Mellencamp – come Johnson – sente il diavolo alle spalle che gli fischia nell’orecchio (“Right behind me”). Altrove evoca il folk montano degli Appalachi o incespica nell’honky tonk più malinconico (“A graceful fall”, “Don’t forget about me”), per poi alzare ritmo e volume degli amplificatori nella title track (un rockabilly ribaldo) e nell’r&b amaro di “Each day of sorrow”, o appartarsi in solitaria per il momento più toccante e poetico del disco (“Thinking about you”, telefonata a una vecchia fiamma che resterà probabilmente senza risposta). Roba per palati forti e per cuori romantici, in un “Clumsy ol’ world”, un vecchio mondo sgraziato, che alla fine a Mellencamp riesce persino a strappare una risata.



(Alfredo Marziano)
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